Imparare un mestiere della ristorazione: come capire se c’è qualcuno che ti insegna
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In breve
Chi vuole imparare un mestiere della ristorazione, anche dopo una scuola andata male, ha bisogno di un posto dove qualcuno gli insegni davvero. Si capisce prima di cominciare, facendo al colloquio alcune domande precise: chi mi affianca, cosa farò il primo mese e il terzo, chi ha cominciato qui cosa fa oggi. Lo spunto è il racconto di Cristiana Poggio, della Piazza dei Mestieri di Torino, in 99+1 per l’Ospitalità.
Cristiana Poggio è vicepresidente della Fondazione Piazza dei Mestieri, nata a Torino e presente anche a Milano e a Catania: un luogo nato, scrive, per accogliere «quei ragazzi che avevano fatto a botte con la scuola» e che cercavano un posto nel mondo della ristorazione. Nel suo contributo a 99+1 per l’Ospitalità, l’opera collettiva curata da Federico Menetto e pubblicata da Maretti Editore, mette subito in chiaro una cosa: «Ma un luogo da solo non basta. Serve un maestro.»
Tino
Il maestro di cui racconta è Tino, che è stato il panettiere della Piazza. Parlava poco e con calma. Un giorno la fermò in mezzo al cortile, mentre lei accompagnava una delegazione di consiglieri comunali in visita ufficiale, e le si piazzò davanti con le lacrime agli occhi: «Cristiana, non posso aspettare che tu finisca. Guarda questi due ragazzi: hanno imparato a fare il lievito madre!»
Poggio scrive che Tino aveva ragione a non aspettare: quella era la notizia del giorno, molto più della visita. I due ragazzi «avevano imparato a usare le mani. Mani intelligenti.»
Come si capisce, prima di cominciare
Se la scuola non è andata come speravi e vuoi imparare un mestiere in cucina, in sala o in un laboratorio, la cosa che conta di più è quella che dice Poggio: che ci sia qualcuno che te lo insegna. Si può capire già al colloquio. Qui sotto quattro domande, un esempio nostro da adattare:
Chi mi affianca nei primi mesi? Vuoi un nome, non «un po’ tutti».
Cosa farò il primo mese, e cosa al terzo? Se al terzo mese la risposta è uguale al primo, forse nessuno ci ha pensato.
Chi ha cominciato qui come me, cosa fa oggi? Un commis diventato capo partita è una buona risposta.
Che contratto è? Se è un apprendistato, la legge (decreto legislativo 81 del 2015) prevede un piano formativo individuale e un tutor in azienda: chiedi chi è.
Dopo un mese
Un mese dopo puoi controllare se sta funzionando. Sai fare qualcosa che il primo giorno non sapevi fare, per esempio la mise en place di un tavolo da otto. E qualcuno ti ha spiegato perché si fa così.
Se non succede, chiedi chi ti sta affiancando. Per capire come si cresce dopo, dal primo posto in brigata in su, c’è la gerarchia di sala e cucina.
Il lievito madre
Il racconto di Poggio finisce sul lievito madre, che si tiene vivo passandolo di mano in mano. Quei due ragazzi erano la prova che la ricetta avrebbe continuato a vivere, «che altre mani, ancora e ancora, avrebbero potuto diventare intelligenti.»
Domande frequenti
Si può lavorare nella ristorazione senza un diploma? Sì. Molti mestieri di cucina, sala e panetteria si imparano lavorando, meglio se accanto a qualcuno che li sa fare e li spiega. Un corso professionale aiuta a partire con le basi.
Cosa conta di più all’inizio? Imparare bene, in un posto dove qualcuno ti affianca e ti spiega il perché delle cose, con un contratto in regola e una paga chiara.
Cos’è la Piazza dei Mestieri? Una fondazione nata a Torino e presente anche a Milano e a Catania, che forma ragazzi nei mestieri, compresi quelli della ristorazione, con maestri che insegnano il lavoro sul campo.
Fonti
Cristiana Poggio, contributo in 99+1 per l’Ospitalità, opera collettiva a cura di Federico Menetto, Maretti Editore, 2025
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L'autore
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Luca Lotterio
CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù
A 15 anni facevo le consegne in motorino, quando ancora non c'erano le app. Avevi lo stradario sotto la sella e le vie te le imparavi una per una. Poi è arrivata la sala. Ho lavorato come cameriere in Italia e all'estero: Edimburgo, l'alta Valle Maira tra le Alpi al confine con la Francia, il litorale di Latina, e Torino tra bar, ristoranti e catering. Nel frattempo studiavo psicologia del lavoro. Avevo capito che mi interessava studiare il lavoro, non solo farlo. Negli stessi anni ho viaggiato parecchio. Erasmus in Spagna e in Romania, periodi all'estero un po' ovunque in Europa. Cercavo di guardare quello che avevo intorno con occhi nuovi, di mettermi in discussione ogni volta. Viviamo pieni di bias, di pregiudizi, di stereotipi: sono il modo in cui la testa fa economia per arrivare a sera. Il lavoro è smontarli uno alla volta, pian piano, dove si riesce. Quello che vedevo in sala mi convinceva di una cosa: questo settore meritava di più. Meritavano di più le persone che ci lavoravano dentro. Strumenti più seri, condizioni più chiare, un rapporto meno disequilibrato con chi le assumeva. Restworld è nata da lì, nel 2020. Oggi è la piattaforma di ricerca e selezione del personale per il fuori casa italiano: dal 2021 l'hanno scelta oltre 2.500 aziende della ristorazione, e ci sono registrati oltre 225.000 lavoratori del settore. Aiutiamo le aziende ad assumere e a far crescere le proprie squadre. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, lavoriamo sulla retention. L'AI sta dietro le quinte: fa il lavoro che altrimenti toglierebbe tempo al rapporto tra chi assume e chi viene assunto. Nel 2026 ho scritto Oltre il Menù con Matteo Telaro (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià). È un manuale di HR per la ristorazione.
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