Un ristorante non cresce da solo
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In breve
Per Andrea Cappadonia, F&B Operations Manager, un ristorante cresce quando chi lo guida mette la squadra in condizione di lavorare bene: c’è nei momenti difficili, trasforma gli errori in regole, ascolta sala e cucina e difende la dignità di chi lavora. Un manager che fa questo va riconosciuto, anche nella retribuzione, e lasciato decidere.
Dieci tavoli entrano quasi contemporaneamente. Nel giro di pochi minuti bisogna accogliere, assegnare i posti, raccogliere le richieste e coordinarsi con la cucina. Anche un cameriere preparato può trovarsi in difficoltà.
Chi guida il servizio deve vedere quel carico prima che diventi un problema, distribuire le priorità e intervenire dove serve.
È in momenti come questo che il lavoro del manager diventa visibile. Si misura anche da quanto riesce a mettere gli altri in condizione di lavorare bene. Da lì possono nascere un servizio più affidabile, clienti seguiti meglio e risultati economici più solidi.
Nella mia esperienza, presenza, metodo e attenzione alle persone sono parti dello stesso lavoro. Separarle vuol dire perdere di vista come funziona davvero un ristorante.
Dall’emergenza al metodo
Una domenica mi chiamarono mentre ero fuori servizio. Mancava un cameriere e la squadra aveva pensato di riuscire a gestire il pranzo senza disturbarmi. C’erano buona volontà e voglia di farcela. Ma avevano fatto male i conti.
Arrivai circa mezz’ora dopo l’inizio del servizio. Tra prenotazioni annotate male e sovrapposizioni, la sala era nella confusione. Alcuni clienti aspettavano di sedersi ed erano delusi.
Chiesi scusa di persona, e durante l’attesa offrimmo un calice di prosecco e un piccolo assaggio. Dovevano vedere che avevamo riconosciuto il problema e che ce ne stavamo occupando.
Nel corso del pranzo il clima si distese. Le battute, i ringraziamenti e i complimenti per come avevamo gestito la difficoltà furono il segno che con molti clienti il rapporto si era recuperato.
Il passaggio decisivo arrivò a fine servizio. Ci confrontammo sugli errori e introducemmo tre cose:
il controllo delle prenotazioni dalla sera prima;
una doppia verifica dell’assegnazione dei tavoli;
gli arrivi scaglionati.
Nei servizi che seguii dopo, quel problema non si ripresentò.
Chiarimmo anche che un dubbio andava condiviso prima che diventasse ingestibile. La squadra sapeva essere autonoma, ma doveva sentirsi libera di chiedere aiuto quando una decisione andava oltre le sue responsabilità.
Un manager crea valore quando risolve una difficoltà e ne ricava un metodo che resta. Se ogni servizio dipende da un suo intervento straordinario, nell’organizzazione c’è ancora qualcosa da sistemare.
La fiducia passa dai comportamenti
Ricordo un cameriere appena arrivato, che stava ancora imparando il mestiere e migliorando il suo italiano. Dopo essere stato trattato male a un tavolo era così agitato che non riusciva a ricostruire bene cosa fosse successo.
Intervenni di persona, spiegando che essere alle prime armi non giustificava un trattamento sprezzante. Poi lo rassicurai: poteva contare su di me, ed ero contento del suo lavoro.
Correggere un errore e proteggere la dignità di un collaboratore sono responsabilità che devono stare insieme. Le persone guardano come vengono trattate proprio nei momenti difficili, e da lì capiscono quanto possono fidarsi di chi le guida.
Il rispetto passa anche dall’ascolto di tutti i giorni:
un lavapiatti ci segnalò che il detergente faceva troppa schiuma e rallentava il lavaggio, e cercammo un’alternativa;
i runner ci fecero notare che i vassoi erano troppo pesanti, e li sostituimmo con altri più maneggevoli;
un barman suggerì più postazioni per un grande evento, le introducemmo e il servizio risultò più fluido.
Chi fa un lavoro tutti i giorni ne conosce ostacoli che a chi dirige possono sfuggire. Quando ogni ruolo parla solo con i suoi pari, queste informazioni rischiano di restare chiuse nei reparti. Il manager deve farle circolare, valutarle e decidere.
L’ascolto, però, chiede anche risposte. Se chiediamo suggerimenti e poi li ignoriamo senza spiegare perché, il confronto perde credibilità. La scelta resta a chi dirige, ma quello che serve sapere per scegliere è sparso nella squadra.
Quando il lavoro diventa risultato
In un caffè di Barcellona intervenni sulla distribuzione dei compiti, sui turni, sugli inventari, sui controlli di cassa e dei consumi e sul rinnovo dell’offerta. Lavorammo su colazioni e light lunch e introducemmo eventi musicali ogni settimana.
Servivano anche regole condivise: pause da coordinare, consumazioni e omaggi da autorizzare, niente alcol durante il servizio. Spiegare il perché delle richieste e applicarle con coerenza faceva parte del cambiamento.
Per chiedere attenzione e disponibilità dovevo dimostrarle per primo. Esserci quando c’era un problema, conoscere il lavoro e dare una mano davvero rendeva credibili le indicazioni.
Col tempo vidi più cura nell’immagine, saluti più attenti e una comunicazione migliore. Piccoli comportamenti cambiavano l’esperienza della squadra e quella dei clienti.
Secondo i dati gestionali che seguivo allora, in cinque-sei mesi passammo da circa 1.600 euro di incasso al giorno a un livello abituale intorno ai 5.000, con punte più alte nelle giornate di maggiore affluenza. Riorganizzammo il lavoro del personale che c’era, chiamando degli extra quando serviva.
Ogni mese guardavamo il conto economico con la proprietà, per valutare costi e risultato: vendere di più, da solo, non dice quanto si sta guadagnando.
La crescita venne da più interventi e dal lavoro della squadra. Il mio contributo fu riconoscere i problemi, scegliere una direzione, prendere decisioni e seguirne gli effetti. È questa responsabilità che va riconosciuta quando si valuta il lavoro di un manager.
Riconoscere il valore del manager e lasciarlo lavorare
Dopo i primi quattro mesi, la proprietà del locale riconobbe il cambio di rotta con un incentivo e un aumento di stipendio. Aveva osservato il lavoro e cominciava a misurarne gli effetti.
Ed è qui che entra in gioco la retribuzione. La RAL è un impegno economico per l’impresa, e per valutarla bisogna metterla accanto a competenze, responsabilità e contributo. Quando i risultati arrivano, anche il riconoscimento deve poter crescere.
Lo stesso vale per i collaboratori. Nella mia esperienza, condizioni migliori e riconoscimenti economici hanno rafforzato fiducia e motivazione quando arrivavano insieme a un confronto chiaro su impegno, aspettative e prospettive. Le ore lavorate vanno retribuite; premi e aumenti in più richiedono criteri chiari e devono essere sostenibili.
Per continuare a produrre valore, un manager ha bisogno anche di autonomia. Obiettivi, limiti di spesa e verifiche vanno concordati. Il titolare ha diritto a spiegazioni e il professionista deve renderne conto.
Se però le decisioni vengono bloccate o contraddette di continuo davanti alla squadra, diventa difficile rispondere dei risultati e tenere una direzione che tutti capiscano.
Delegare chiede disponibilità al confronto da entrambe le parti. Il manager deve accettare controlli e osservazioni. La proprietà deve lasciargli usare le competenze per cui lo ha scelto.
Un professionista non può essere spremuto fino a coprire ogni mancanza, né diventare una valvola di sfogo. Gli si chiedono responsabilità, capacità e risultati; gli si devono rispetto, strumenti e una retribuzione coerente.
Il lavoro di chi guida resta nelle persone che diventano più autonome, nei problemi che smettono di ripetersi e nei clienti seguiti meglio. Quando questo lavoro contribuisce alla crescita dell’impresa, il suo valore deve trovare riconoscimento anche nelle condizioni di chi lo ha reso possibile.
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L'autore
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Andrea Cappadonia
F&B Operations Manager, esperienza fra Italia e Spagna
Lavoro nella ristorazione fra Italia e Spagna e oggi sono F&B Operations Manager a Milano. Mi occupo di organizzazione operativa, coordinamento delle squadre, qualità del servizio e sviluppo dell’offerta. Parto sempre dall’osservazione del locale e dall’ascolto di chi ci lavora, e nei rilanci che ho seguito ho tenuto insieme persone, costi e risultati.
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