Opinione

Padrone: perché la ristorazione italiana usa ancora la parola sbagliata

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di Team RestworldRedazione interna
8 min di lettura
Cameriere di spalle al telefono in una sala vuota mentre dietro di lui un titolare in giacca osserva dall’apertura della cucina, con la parola padrone sovrapposta come ritaglio di carta strappata, copertina dell’articolo Restworld sulla parola padrone nella ristorazione italiana

Prima puntata della rubrica “Le parole da cambiare”. Il settore della ristorazione usa per inerzia parole che il diritto del lavoro ha smontato un secolo fa. Iniziamo dalla più pesante.

1. “Il mio padrone vuole che lavoro sabato”

Settimana scorsa, in un ristorante. Un cameriere al telefono, voce abbassata: “sì sì, ma il padrone vuole che lavoro anche domenica”. Quattro parole. Una è quella che non dovrebbe più stare in una conversazione del 2026.

Eppure la senti continuamente nei locali italiani. La dicono i camerieri, i lavapiatti, i pizzaioli, i baristi. La dicono molti cuochi giovani, gli stagionali, gli extra. Spesso la dice anche chi è regolarmente assunto, con contratto in regola, perché la parola è entrata nel modo di pensare al rapporto di lavoro prima ancora che nel modo di descriverlo.

Vale la pena fermarsi un attimo sopra. Quella parola non descrive solo chi paga lo stipendio: descrive l’intero rapporto. E descrive un rapporto che il diritto del lavoro italiano ha smontato un secolo fa.

2. Padrone, etimologia di una parola che possedeva la persona

“Padrone” viene dal latino patrōnus, “protettore, difensore”, con la radice pater (padre) ben visibile. Nel diritto romano il patronus era il protettore che offriva tutela ai clientes in cambio di lealtà e obbedienza, sulla base della fides. Il padrone non si limitava a comprare una prestazione: possedeva una porzione di vita di un’altra persona, e in cambio le garantiva sussistenza.

C’è un secondo strato semantico che si è sovrapposto al primo. Il Treccani lo registra: nell’italiano antico “padrone” ha indicato anche il “Signore”, inteso come Dio, per traduzione del latino Dominus. La parola contiene quindi due cose insieme, e tutte e due pesano: la protezione paterna e il dominio assoluto. È proprio questa sovrapposizione che ne ha fatto, nei secoli, il termine perfetto per descrivere un rapporto di lavoro asimmetrico mascherato da cura.

La stessa struttura sopravvive nel Medioevo italiano nei contratti di servizio domestico e fondiario, dove il lavoratore vive sotto il tetto del padrone, ne riceve vitto e alloggio, gli giura fedeltà e non può servire altri. Riceve un piccolo salario in natura. Il rapporto non compra ore di lavoro, assorbe un’esistenza intera.

Quel modello, formalmente, lo abbiamo superato. Il diritto del lavoro moderno nasce esattamente per fare una cosa precisa: separare la persona dalla prestazione. Il datore di lavoro paga ore di lavoro, non possiede chi le fornisce. C’è una differenza ontologica tra “compro una prestazione” e “possiedo una persona”, e su quella differenza poggia tutto il novecento del lavoro.

Solo che, nel terziario contemporaneo, la separazione è meno netta di quanto la sua data di nascita farebbe pensare. Il sociologo Aris Accornero, nel suo Il mondo della produzione. Sociologia del lavoro e dell’industria (Il Mulino, IV edizione 2015, p. 314), ha sintetizzato così la condizione del lavoro nei servizi: “nel postfordismo c’è ancora molto fordismo”. Le tecnologie cambiano, la flessibilità aumenta, ma la gerarchia resta verticale e la cooperazione attiva del lavoratore è limitata. Il postfordismo dei servizi è il terreno su cui sopravvive il lessico del padronato.

3. Perché la parola resiste, soprattutto nell’HoReCa

Statisticamente, l’HoReCa italiano è il settore in cui la transizione dal padrone al datore di lavoro è più incompleta. Tre dati lo certificano.

Primo. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), nel suo Resoconto attività di vigilanza 2024, segnala che il settore alloggio e ristorazione è quello con la più alta concentrazione assoluta di lavoratori in nero in Italia: 5.798 casi su 19.008 totali scoperti dall’INL nell’anno (fonte: E. Erario Boccafurni, I risultati dell’attività di vigilanza INL nell’anno 2024, Lavoro Diritti Europa n. 2/2025, pp. 6-7). Quasi un terzo del lavoro sommerso italiano emerge in cucina, in sala, in reception.

Secondo. L’indagine Inapp-PLUS, riferita all’anno 2022 e ripresa nel Gender policy report 2024 di INAPP (1 dicembre 2024, p. 42), rileva che il 19% dei dipendenti del commercio e della ristorazione rientra nella categoria dei low paid, cioè dei lavoratori a bassa paga. Uno su cinque.

Terzo. Il modello dell’impresa familiare resta dominante nell’HoReCa italiano. Secondo il Rapporto Ristorazione 2026 di FIPE-Confcommercio (p. 88), oltre l’80% dei titolari lavora più di 40 ore settimanali, e quasi la metà (49,7%) supera le 60 ore. Casa e locale si confondono, genitori-partner-figli sono spesso parte dell’organico. È una struttura che riproduce con naturalezza il vocabolario padronale, perché riproduce con naturalezza il rapporto.

Sull’estremo di questa scala c’è il caporalato agricolo, dove la parola “padrone” è la realtà letterale del contratto: lo sfruttamento totale, il ricatto del permesso di soggiorno, le rotonde di reclutamento. Nella ristorazione italiana ordinaria stiamo più in alto su quella scala. Ma la stessa parola, usata con leggerezza dentro un rapporto formalmente regolare, segnala dove può scivolare un rapporto quando il diritto del lavoro perde aderenza.

4. Il test della parola

C’è una regola pratica che vale per chiunque lavori nell’HoReCa: se in un posto ti viene naturale dire “il mio padrone” per descrivere chi ti paga, quella parola sta descrivendo qualcosa di reale. Il lessico è una spia. Mostra la struttura del rapporto sotto.

Chi dice “il mio titolare” parla di un soggetto contrattuale: una persona che, nei limiti della sua azienda, esercita una funzione regolata da un contratto. Chi dice “il mio padrone” parla di un’autorità personale: una persona che decide su una porzione della tua vita, e a cui devi un’obbedienza meno chiaramente delimitata. La parola che ti esce dalla bocca dichiara in quale dei due mondi stai lavorando.

Vale la stessa cosa dall’altro lato. Un titolare che si lascia chiamare padrone, e magari ci si compiace, sta dichiarando il modello che pratica. Sta dichiarando il tipo di azienda che è.

5. Quando il padrone è reato: la Cassazione 24388/2022

Nel 2022 la Quarta Sezione Penale della Cassazione ha emesso una sentenza che, vista oggi, ha scritto il dizionario al posto nostro. La sentenza n. 24388, udienza del 10 marzo 2022, deposito del 24 giugno 2022.

Il caso riguardava un esercizio di ristorazione: niente cantiere, niente campo agricolo, niente caporale di mezzo. I titolari avevano trasformato i contratti dei dipendenti da full-time a part-time, continuando però a far lavorare le ore intere e pagando solo le ore ridotte. Una macchina di sfruttamento contrattuale ordinario, gestita direttamente dai datori di lavoro.

La Cassazione ha confermato il sequestro preventivo a carico dei titolari, applicando l’articolo 603-bis del codice penale, lo stesso che colpisce il caporalato classico. Il principio è quello che ci interessa: approfittare dello stato di bisogno dei lavoratori, che accettano condizioni inique perché non hanno alternative occupazionali, configura il reato di sfruttamento del lavoro anche senza intermediario illecito (per una disamina del caso: ANCL UP Bari, Il nuovo art. 603-bis c.p. punisce anche il part-time fasullo).

Significa che, nel 2026, abbiamo una definizione giuridica abbastanza precisa di cosa sia un padrone. È chi sfrutta lo stato di bisogno per imporre condizioni inique. Tra “il mio padrone vuole che lavoro sabato” e una qualificazione penale del rapporto passano meno passaggi di quanti ne immagini la maggior parte dei locali italiani.

6. Il 2026 che cambia tutto

Eppure, il 2026 ha smontato una premessa cruciale del padronato classico: lo stato di bisogno permanente del lavoratore HoReCa.

Il Rapporto Ristorazione 2026 di FIPE-Confcommercio rileva che il 34% delle imprese del settore segnala la mancanza di candidati come prima difficoltà di reperimento del personale. Sul perimetro delle 148.159 imprese di ristorazione (bar, ristoranti, mense e catering) con almeno un dipendente, l’occupazione dipendente nel 2025 ha registrato una contrazione di 114.338 unità, pari a -10,3% rispetto al 2024. Sul fronte imprese, il saldo della nati-mortalità è stato negativo per 15.177 unità (10.062 nuove iscrizioni contro 25.239 cessazioni), con un tasso di imprenditorialità del -4,7% (Rapporto Ristorazione 2026, p. 12 e p. 38).

Tradotto in pratica: chi sa cucinare, servire, gestire una sala, oggi può andarsene. Le alternative esistono e sono accessibili. Lo “stato di bisogno” che la Cassazione ha qualificato come elemento costitutivo del reato non è più, per la maggioranza dei lavoratori HoReCa qualificati, una condizione strutturale. Resta in piedi dove il lavoratore non sa di avere alternative, o non può accedervi (irregolarità documentale, isolamento linguistico, paura), o dove il datore costruisce intorno a lui un’illusione di insostituibilità che la realtà del mercato smentisce.

Significa che chi continua a comportarsi da padrone nel 2026, e a farsi chiamare così, sta esibendo un anacronismo. E sta perdendo personale. I 114mila usciti dal settore nel 2025 non sono andati via tutti per scelta libera (ci sono pensionamenti, chiusure di imprese, riconversioni), ma raccontano un settore che, anche al netto delle cause strutturali, non riesce più a trattenere chi vuole tenere.

7. Le parole giuste esistono già

Le parole per descrivere chi ti paga in un ristorante esistono già, e sono parecchie. La più tecnica è datore di lavoro, ed è quella che usa il diritto del lavoro italiano da un secolo. Poi c’è titolare, che descrive una funzione (essere titolare di un’attività). C’è imprenditore, che descrive un ruolo economico. Per le insegne più grandi e i gruppi strutturati ci sono le HR, l’ufficio risorse umane: una funzione organizzativa, non una persona. E sopra a tutto c’è l’azienda, l’entità giuridica con cui in realtà il lavoratore ha il contratto.

Tutte queste parole hanno qualcosa in comune: descrivono funzioni o entità giuridiche, non autorità personali.

Vale la pena dirlo, perché in italiano esiste un’altra parola che sembra alternativa a “padrone” e invece appartiene allo stesso campo semantico: capo. Il vocabolario Treccani lo certifica in modo netto: alla voce “padrone”, nel significato di chi ha alle proprie dipendenze lavoratori retribuiti, classifica “boss” e “capo” come sinonimi popolari, “principale” come sinonimo familiare, e indica “datore di lavoro” come l’unico termine giuridico. Capo non corregge il problema di padrone, lo ammorbidisce e basta. Resta una gerarchia di persona su persona, con un nome più moderno.

Qui passa la linea della rubrica: cambiare parola, in questo settore, vuol dire passare dal lessico delle persone (padroni, capi, padri, padrone di casa) al lessico delle funzioni e delle entità (datore di lavoro, titolare, imprenditore, HR, azienda). Il primo descrive chi comanda. Il secondo descrive chi paga e chi è pagato, dentro un rapporto regolato.

Cambiare parola, in questo settore, vuol dire smettere di legittimare con il linguaggio un rapporto che le leggi italiane hanno smontato un secolo fa e che la Cassazione recente ha riqualificato come reato. Il sistema che produce la parola “padrone” è lo stesso che produce part-time fasulli, ore non pagate, contratti elusi: le due cose si tengono.

Smettere di pronunciarle è un atto piccolo, e per questo possibile. Per chi paga, è il primo passo per comportarsi davvero da datore di lavoro. Per chi è pagato, è il primo passo per ricordarsi che si può scegliere. Tra le parole da cambiare del settore HoReCa, “padrone” è la prima. La sua persistenza nel lessico italiano della ristorazione è la spia di un settore che non ha ancora completato la modernità.

Le prossime puntate della rubrica si occuperanno delle parole che la usano come puntello: famiglia, ragazzi, sacrificio, passione, e sì, anche capo. Il vocabolario padronale è un sistema, non una parola sola.

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