Perché tanti bar italiani diventano a gestione cinese
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Nel 2025 hanno chiuso quasi trenta bar al giorno in Italia. E negli ultimi dieci anni il saldo netto è stato negativo di oltre 21.000 unità. Solo nel 2025, secondo il Rapporto FIPE 2026, hanno cessato l'attività 10.529 bar a fronte di 3.950 nuove aperture: un saldo negativo di oltre 6.500 unità in un solo anno. Eppure, camminando per le strade di Milano, Roma o Bologna, i bar non sembrano diminuire. Semmai, cambiano insegna. E sempre più spesso, la gestione passa da italiana a cinese.
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, ma il modo in cui se ne parla è quasi sempre sbagliato. Da una parte, la retorica del “ci rubano i bar”. Dall'altra, il vittimismo del “non ce la facciamo più”. In mezzo, un fenomeno economico che ha cause precise, strutturali, e che non ha niente a che fare con la nazionalità di chi sta dietro al bancone.
Una precisazione prima di cominciare: stiamo parlando dei bar di quartiere e di paese che cambiano gestione ma restano identici dentro. Stessa insegna, stessi arredi, stesso cornetto. Non stiamo parlando delle attività a brand cinese (bubble tea, ristoranti di nuova generazione, locali con identità propria): quello è un fenomeno diverso, spesso legato alle seconde generazioni, e merita un discorso a parte.
E un'altra cosa: su questo tema circola di tutto, dai luoghi comuni alle discriminazioni vere e proprie. Noi di Restworld lavoriamo con i numeri e con i fatti. Quello che la maggior parte delle persone liquida con un pregiudizio, noi lo analizziamo con i dati. Non perché siamo migliori, ma perché è il nostro lavoro: capire come funziona il mercato del lavoro nella ristorazione e raccontarlo per quello che è.
Proviamo a leggerlo con i numeri.
Perché i bar italiani chiudono
Il bar tradizionale italiano ha un problema di modello, non di mercato. Il mercato c'è: il settore bar vale ancora 20 miliardi di euro e conta 128.000 imprese attive. La colazione è l'unica occasione di consumo in crescita. La domanda non manca.
Quello che non funziona più è il modello di gestione ereditato dal dopoguerra: il bar di famiglia, piccolo, a conduzione diretta, con margini sottilissimi sul caffè e sulla brioches, e costi fissi (affitto, utenze, personale) che crescono ogni anno.
I numeri FIPE raccontano una realtà molto chiara: 8 imprenditori del settore bar su 10 lavorano più di 40 ore a settimana. Uno su due supera le 60. Il 45% dichiara che preferirebbe che i propri figli facessero un altro mestiere.
Ecco il punto: il bar funziona ancora. Quello che non regge più è il modo in cui lo si gestisce da cinquant'anni, con una sola persona che lavora 14 ore al giorno, margini che si assottigliano e nessuno disposto a subentrare. I figli non vogliono rilevare. I titolari che vanno in pensione non trovano successori. Chi prova a reinventarsi e gestire il locale come un'azienda (brunch, aperitivi, specialty coffee, eventi serali) spesso ce la fa. Chi resta fermo al caffè a un euro, senza fare marketing, con una clientela abituale che invecchia e si riduce anno dopo anno, fatica sempre di più.
E quando un titolare decide di vendere, in Italia non esiste un mercato strutturato per le cessioni di piccole attività. Non c'è una piattaforma, non c'è un intermediario di riferimento. Nella pratica, spesso è qualcuno che bussa alla porta e fa un'offerta. E il suo avviamento finisce sul mercato a prezzi di saldo. A quel punto entra in gioco un altro modello.
Perché altri aprono
Negli ultimi quindici anni, una parte significativa dei bar messi in vendita da gestori italiani è stata rilevata da imprenditori di origine cinese. Non è un fenomeno improvviso: a Milano, le attività di ristorazione a gestione cinese sono passate da 308 nel 2005 a oltre 1.000 nel 2011, secondo i dati camerali. Solo nel comparto bar, una rilevazione del 2013 registrava a Milano una crescita del 335% in sei anni (da 120 a 522 bar). Questi numeri hanno più di dieci anni: il trend da allora non si è fermato, si è accelerato.
Perché proprio i bar? E perché proprio imprenditori cinesi?
Le ragioni sono strutturali, non culturali.
Il capitale. Chi compra un bar in Italia ha bisogno di 80.000-300.000 euro a seconda della posizione e delle dimensioni. Gli imprenditori cinesi accedono a questo capitale attraverso reti comunitarie informali: il “guanxi”, un sistema di fiducia reciproca tra familiari e connazionali. Il meccanismo è semplice e potente: se cento persone mettono mille euro ciascuna, si parte con centomila euro. Niente banca, niente istruttoria, niente mesi di attesa. La garanzia non è il business plan: è la reputazione personale, la “mianzi” (la faccia). Perderla significherebbe essere tagliati fuori dalla rete. È un vincolo più forte di qualsiasi tasso di interesse.
La famiglia come squadra. Il bar a gestione cinese funziona tipicamente con manodopera familiare: marito, moglie, figli, cugini. I turni si coprono internamente, la flessibilità è massima. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di lavoro irregolare: i familiari partecipano agli utili dell'attività, ed è da lì che ricavano il proprio reddito. Il risultato è che il costo del personale dipendente, la voce più pesante per un bar italiano indipendente, viene sostanzialmente eliminato nella fase di avviamento. Un modello che funziona quando è una scelta familiare condivisa, meno quando diventa obbligo. Lo stesso vale, del resto, per i figli dei ristoratori italiani cresciuti dietro al bancone del padre.
Il percorso migratorio. Il bar non è quasi mai la prima attività di un imprenditore cinese in Italia. Prima viene il lavoro dipendente (spesso nel manifatturiero tessile, nell'area pratese o milanese), poi il lavoro autonomo. Il bar rappresenta una tappa specifica: richiede meno capitale e meno competenze tecniche rispetto a un ristorante, genera flussi di cassa immediati, e permette di coinvolgere la seconda generazione, che ha competenze linguistiche e sociali perfette per stare dietro al bancone.
I fornitori fanno il resto. I gestori cinesi non importano caffè dalla Cina. Si appoggiano agli stessi torrefattori e fornitori italiani di chiunque altro. E quei fornitori hanno tutto l'interesse a mantenere i clienti: offrono macchine per l'espresso in comodato d'uso, tazze marchiate, manutenzione, a volte persino assistenza finanziaria iniziale. Il caffè che esce dalla macchina è lo stesso caffè, preparato con gli stessi strumenti, dagli stessi fornitori.
Il passaggio di consegne
La dinamica più interessante, e meno raccontata, è il momento del passaggio. Gli imprenditori cinesi non aprono locali nuovi: rilevano attività esistenti. Il pacchetto comprende attrezzature, arredi, contatti con i fornitori e, cosa fondamentale, la clientela abituale.
Esiste persino un portale dedicato, venderefacileaicinesi.com, nato per mettere in vetrina attività commerciali italiane rivolte a investitori cinesi, con categorie specifiche per bar, ristoranti e pizzerie. Il fatto che un sito del genere esista e sia attivo racconta, da solo, quanto il fenomeno sia ormai strutturale.
In moltissimi casi, il precedente titolare italiano rimane nel bar per alcune settimane dopo la vendita. Insegna ai nuovi gestori come fare il caffè esattamente come lo vogliono i clienti del quartiere. Li presenta agli abituali del bancone. A volte questo periodo di formazione è scritto nel contratto di cessione.
È un passaggio di testimone, non un'invasione. Il titolare italiano che va in pensione e il giovane imprenditore cinese che rileva non sono avversari: sono due facce dello stesso fenomeno economico. Uno esce perché il modello non lo ripaga più del sacrificio. L'altro entra perché ha un modello organizzativo diverso che rende quel sacrificio sostenibile.
E il risultato è un mimetismo totale. Se il bar si chiamava “Bar Roma”, resta “Bar Roma”. Gli arredi non si toccano, l'insegna resta quella degli anni '80 (magari con una lettera fulminata), la vetrinetta dei cornetti non cambia posizione. L'unica differenza visibile, a volte, è la TV principale sintonizzata sulla partita del campionato mentre il barista, dietro la cassa, guarda un film sul tablet. Due mondi che convivono nello stesso metro quadrato, per ragioni puramente commerciali. E gli anziani del quartiere continuano a venire, perché il loro bar è ancora lì.
La qualità non ha nazionalità
Un cappuccino fatto bene dipende dalla qualità del latte, dalla macinatura del caffè, dalla temperatura dell'acqua, dalla pressione della macchina e dalla mano di chi lo prepara. Non dalla nazionalità del barista.
Esistono bar cinesi che fanno un caffè migliore di molti bar italiani, e il contrario. Come in qualsiasi settore, la qualità dipende dalle competenze della persona, dagli strumenti che usa e dalle materie prime che sceglie. Punto.
A cambiare è chi prepara il caffè italiano, non la sua qualità. E il fatto che, in un Paese dove la mortalità delle nuove attività è altissima, qualcuno sia disposto a investire per tenerli aperti è parte della soluzione, non un problema.
Cosa racconta questo fenomeno
Racconta che il modello del bar familiare italiano, quello del titolare che lavora 14 ore al giorno per margini sempre più sottili e poi non trova chi gli subentra, ha bisogno di evolversi. Chi si reinventa (brunch, specialty coffee, food pairing, aperitivi, eventi) trova spazi di mercato nuovi. Chi resta fermo cede il passo.
Racconta anche che l'imprenditoria cinese in Italia ha caratteristiche strutturali precise: accesso al capitale comunitario, gestione familiare, flessibilità organizzativa. Il singolo bar non è quasi mai il punto d'arrivo: è un trampolino per la mobilità economica e sociale dell'intera famiglia. Non sono vantaggi “sleali”: sono il risultato di un modello culturale diverso applicato allo stesso mercato.
Il bar sotto casa sta cambiando proprietario, insegna, a volte orari, ma non sta morendo. Chi lo gestisce, in un Paese che evolve, può avere un cognome diverso da quello che c'era vent'anni fa. E questo, di per sé, non è un problema. È un dato.
Ma c'è una domanda che vale la pena farsi: tra quindici o vent'anni, i figli di questi imprenditori, cresciuti in Italia, con una laurea in tasca e aspettative diverse, vorranno ancora alzarsi alle cinque per aprire il bar del padre? O faranno esattamente quello che hanno fatto i figli dei baristi italiani prima di loro?
Il modello del sacrificio totale ha funzionato per una generazione. Forse per due. Ma ha una data di scadenza, come tutti i modelli che si reggono sulla disponibilità di qualcuno a lavorare più di quanto sia ragionevole. La vera domanda non è chi gestisce il bar oggi. È chi ci servirà il caffè alle sei del mattino tra vent'anni.
L'autore
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Luca Lotterio
CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù
Founder e CEO di Restworld, piattaforma HR tech che connette oltre 200.000 professionisti HoReCa con ristoranti, hotel e gruppi internazionali. Restworld è nata nel 2020 da un'esperienza vissuta sul campo: per pagarmi gli studi in psicologia del lavoro facevo il cameriere. È lì che ho visto quanto questo settore fosse in ritardo su tutto e quanto meritasse strumenti migliori. Oggi aiutiamo più di 1.000 aziende a selezionare e gestire i propri talenti ogni giorno. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, miglioriamo la retention. Sempre con l'AI al servizio delle persone, non al posto loro. Il nostro obiettivo non è sostituire il lavoro umano. È potenziarlo. Renderlo più chiaro, più dignitoso, più efficace. Nel 2026 ho pubblicato "Oltre il Menù" (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià), un manuale di HR Management per la ristorazione scritto con Matteo Telaro.
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