Come trovare personale nella ristorazione: la guida 2026
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- 01Perché non trovate personale (e di chi è la colpa)
- 02Perché si sceglie un lavoro: la domanda da cui partire
- 03L’annuncio è il biglietto da visita del locale
- 04Dove cercare personale nel 2026
- 05Dalla candidatura al colloquio
- 06La scelta finale: testa, squadra e una telefonata
- 07Il recruiting si fa tutto l’anno
- 08Domande frequenti
Il primo capitolo di Oltre il Menù, il libro che ho scritto con Matteo Telaro per Topic Edizioni, si apre con due persone che non si sono ancora incontrate.
Da una parte c’è Ginevra: ventuno anni, studentessa di scienze dell’educazione, due estati da cameriera stagionale in Liguria e sei mesi in un tapas bar di Barcellona durante l’Erasmus. Cerca un lavoro stabile a Torino e, mentre scorre gli annunci, si fa sempre le stesse domande: «Quanto sarà lo stipendio reale? Mi faranno un contratto in regola? Dovrò dire addio a weekend e festivi?».
Dall’altra c’è Alberto: quarantaquattro anni, ristoratore da oltre quindici, titolare di un bistrot in centro città. Gli manca una persona in sala, per l’ennesima volta. E la diagnosi ce l’ha già pronta: «Ormai i ragazzi non hanno più voglia di lavorare».
Questa guida esiste per smontare quella frase, pezzo per pezzo.
Prima di fondare Restworld ho fatto il cameriere per anni: a Edimburgo, a Terracina, in una taverna della Valle Maira. Gli annunci di lavoro li ho letti dal lato di chi li riceve, e da lì si vede tutto: si capisce subito chi ha pensato davvero alla persona che sta cercando e chi ha buttato due righe online sperando nel miracolo. Qui trovate il processo completo per stare nel primo gruppo: l’annuncio, i canali, le risposte, il colloquio, la scelta. Con i numeri veri dell’Osservatorio Restworld, 4.919 posizioni di lavoro analizzate tra aprile 2024 e marzo 2026.
Perché non trovate personale (e di chi è la colpa)
Partiamo dai numeri di settore. Il 51% dei ristoratori italiani fatica a trovare personale di sala (Rapporto FIPE 2026). Il tasso di posti vacanti nella ristorazione è del 4,8%, quasi tre volte la media nazionale dell’1,9% (FIPE 2026 su dati ISTAT). Fin qui la versione che conoscete già: le persone mancano.
I dati del nostro Osservatorio però aggiungono un dettaglio che cambia la diagnosi. Un annuncio per cameriere riceve in media 82 candidature. Uno per cuoco capo partita si ferma a 34.
Ottantadue candidature sono una fila fuori dalla porta, altro che deserto. Se la ricerca resta aperta comunque, qualcosa si inceppa lungo il processo: l’annuncio che dice troppo poco, il canale che porta i profili sbagliati, le risposte che arrivano tardi, il colloquio che fa scappare i migliori. In cucina, dove i numeri sono più bassi, il discorso si ribalta: lì i candidati qualificati scarseggiano davvero, e vince chi sa farsi scegliere.
«Ormai i ragazzi non hanno più voglia di lavorare» è un attacco che ogni generazione ha rivolto alla successiva, da Socrate in poi. La verità del 2026 è più scomoda: i giovani vogliono lavorare in un certo modo. Hanno più istruzione e più consapevolezza di chi li ha preceduti, e prima di firmare vogliono rispetto, garanzie chiare e qualcuno che li ascolti. Dove trovano queste tre cose, restano.
Perché si sceglie un lavoro: la domanda da cui partire
Nel libro lo chiamiamo ribaltamento di prospettiva: prima di chiedervi che persona state cercando, chiedetevi perché una persona in gamba dovrebbe scegliere proprio voi. Da quel posto vacante dipendono la tenuta del team, la soddisfazione dei clienti e la reputazione del vostro locale. Altro che favore al candidato.
Ginevra, davanti a un annuncio, si fa cinque domande:
Quanto e in che modo verrò pagata?
Avrò un contratto regolare?
Riuscirò a mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata?
Potrò crescere, personalmente e professionalmente?
L’ambiente sarà rispettoso, inclusivo e stimolante?
E la sua generazione è tutta lì dentro. Secondo la Randstad Employer Brand Research 2025, l’87% dei lavoratori considera importante la stabilità contrattuale, l’85% mette la retribuzione tra gli elementi cruciali e il 58% considera la qualità della vita una leva decisiva nella scelta di un lavoro. Il 60%, poi, lascerebbe un impiego se non si sentisse ascoltato dal datore di lavoro.
L’annuncio, la risposta alla candidatura, il colloquio e la telefonata finale sono i quattro momenti in cui rispondete a quelle cinque domande, prima ancora che qualcuno ve le faccia ad alta voce. Vediamoli uno per uno.
L’annuncio è il biglietto da visita del locale
«Cercasi cameriera per turni serali, inviare CV». Quante volte l’avete visto, o scritto? Un annuncio così produce due risultati possibili: una valanga di candidature tutte uguali, oppure una manciata di risposte inconcludenti. Senza orari, contratto, retribuzione e una riga sull’ambiente di lavoro, respinge esattamente le persone che vorreste al vostro fianco. Chi cerca lavoro lo racconta di continuo: le offerte senza informazioni chiare si scartano a priori.
La checklist prima di scrivere
Carta e penna, quattro domande:
Che persona sto cercando, in termini di competenze tecniche e caratteristiche personali?
Che contratto posso offrire, con quale durata e quale retribuzione?
Quali turni devo coprire e quali giorni liberi posso garantire?
Perché qualcuno dovrebbe voler lavorare nel mio locale?
Con le risposte nero su bianco, l’annuncio quasi si scrive da solo:
Cerchiamo una persona energica, curiosa e gentile, con o senza esperienza, per il nostro team di sala. Contratto full time da 40 ore settimanali, con due giorni di riposo. Stipendio: 1.500 euro netti al mese in busta, con tredicesima e quattordicesima come da contratto collettivo. Se per te il lavoro è anche condivisione, scrivici due righe su chi sei e perché vuoi lavorare con noi.
Chi passa a questo tono nota la differenza in fretta: meno curricula inviati a casaccio, più messaggi di persone che prima di candidarsi hanno guardato la pagina Instagram del locale, sbirciato il menù e iniziato a immaginarsi parte del progetto.
Dal 7 giugno 2026 lo stipendio nell’annuncio è obbligatorio
Una novità rende la trasparenza retributiva un dovere, oltre che una buona idea: con il decreto legislativo 96/2026, dal 7 giugno 2026 gli annunci di lavoro devono indicare la retribuzione, espressa in valori lordi. Se come quasi tutti nel settore ragionate in netto in busta, il nostro calcolatore RAL fa la conversione al posto vostro. E se il dubbio è quanto offrire per essere competitivi, i numeri ruolo per ruolo li trovate in Quanto pagare il personale nel 2026.
Dove cercare personale nel 2026
Il cartello in vetrina, il gruppo Facebook e il passaparola hanno accompagnato generazioni di ristoratori, e un difetto ce l’hanno in comune: nessun filtro tra voi e chi si presenta. Funzionano quando funzionano, e vi lasciano da soli a smistare tutto il resto.
I candidati di oggi si muovono diversamente. Seguono le pagine Instagram dei locali che li ispirano, leggono le recensioni, osservano come trattate lo staff prima ancora di mandarvi un CV. Per questo la vostra presenza online lavora per voi (o contro di voi) ogni giorno: raccontare il dietro le quinte, dare un volto e una storia alle persone della squadra, rispondere con garbo alle critiche sono leve di attrazione vere e proprie.
Per la pubblicazione degli annunci, invece, conviene affidarsi a piattaforme specializzate nel settore, che fanno la prima scrematura al posto vostro. Qui gioco in casa e lo dichiaro: su Restworld pubblicate una ricerca in 5 minuti e i primi candidati pre-selezionati arrivano in 3 giorni, filtrati da un sistema addestrato esclusivamente sul mondo della ristorazione. Il principio però vale con qualunque strumento scegliate: il canale giusto vi porta meno candidature e più candidati.
Dalla candidatura al colloquio
Le prime 24 ore
Il colloquio comincia molto prima del colloquio. Ogni messaggio che scambiate con un candidato fa parte della selezione, e funziona in entrambe le direzioni: mentre voi valutate, venite valutati. Chi cerca lavoro tiene più porte aperte, e alla prima impressione di disorganizzazione o sciatteria si rivolge altrove.
La risposta a una candidatura deve avere tre caratteristiche: arrivare in fretta (entro 24 ore), essere personalizzata, spiegare i prossimi passi. Il metodo più semplice è prepararsi tre modelli base, da riadattare ogni volta: uno per chi volete incontrare, uno per chi tenete in considerazione per il futuro, uno per chi non corrisponde al profilo. Anche il rifiuto merita una risposta scritta bene: il silenzio brucia reputazione, in un settore dove ci si conosce tutti.
Il colloquio è uno scambio
Accogliete il candidato di persona, fatelo accomodare, offrite un caffè. Sembrano dettagli, e sono il primo messaggio che il vostro locale gli manda. Poi ricordatevi la regola più controintuitiva del colloquio: chi lo conduce dovrebbe parlare per il 20% del tempo. Più il candidato parla, più capite come si muoverà domani nel vostro locale.
Le domande che funzionano guardano avanti: «Dove ti vedi tra un anno? Cosa ti piacerebbe imparare lavorando qui? In quale ambiente rendi al meglio?». Quelle da eliminare le conoscete già, e qualcuna viola pure la legge: l’età, l’intenzione di fare figli, la disponibilità infinita nei weekend, i trabocchetti come «perché dovremmo scegliere te e non qualcun altro?». Parlate apertamente di orari, contratto, mance, riposi e ferie: per timore del giudizio il candidato difficilmente li tirerà fuori da solo, e lasciarlo andare via col tarlo costa molto più di cinque minuti di trasparenza. Su questo ho scritto un pezzo dedicato: i 5 errori del colloquio visti dal lato del candidato.
La scelta finale: testa, squadra e una telefonata
Prima o poi capita il bivio classico: da una parte una persona giovane, con poca esperienza ma entusiasmo vero e un buon feeling con lo staff; dall’altra un profilo più esperto, freddo durante il colloquio e interessato unicamente a orari e paga. L’esperienza si accumula con il tempo; sull’atteggiamento si lavora fino a un certo punto. La domanda da farsi cambia di conseguenza: al posto di «chi sa già fare questo lavoro?», chiedetevi «chi voglio vedere tutti i giorni nel mio locale?».
E la scelta rende di più se la fate in squadra. Coinvolgete il responsabile di sala o di cucina nei colloqui, chiedete allo staff chi ha lasciato l’impressione migliore: noteranno dettagli che a voi sfuggono, e chi entrerà troverà un gruppo che lo ha già scelto.
L’esito comunicatelo con una telefonata, anche quando avete fretta. Per chi avete scelto: la data di inizio, cosa succederà il primo giorno, quando arriverà la lettera d’impiego. Una chiamata calda e chiara riduce drasticamente i no show, le sparizioni dell’ultimo minuto tra l’accettazione e il primo turno. Per chi avete scartato: un messaggio onesto, un grazie sincero, magari un consiglio. Tenere la porta aperta oggi può restituirvi il collaboratore perfetto tra sei mesi.
Il recruiting si fa tutto l’anno
L’errore più diffuso di tutti: cercare personale solo in emergenza, quando qualcuno se n’è già andato e i turni scricchiolano. In quelle condizioni si assume il primo che passa, il famoso tappabuchi, che di solito crea più problemi di quanti ne risolva.
Nel libro usiamo un’analogia che mi è cara: il recruiting è la manutenzione preventiva del ristorante. Con l’automobile non aspettate di restare fermi in autostrada per andare dal meccanico; con il team vale lo stesso, e i segnali d’allarme sono chiari: riposi settimanali saltati, straordinari diventati fissi, copertura delle ferie ogni anno più complicata. Quando li vedete, siete già in ritardo.
Due abitudini bastano a cambiare passo. La prima: prendete sul serio le candidature spontanee, con un indirizzo email dedicato, una risposta automatica di ricezione e un’ora al mese per leggere i CV arrivati e salvare i profili interessanti. In pochi mesi avrete un piccolo database di persone che hanno scelto voi prima ancora che le cercaste. La seconda: una o due volte l’anno, lanciate una ricerca anche senza urgenze, per costruirvi una rosa di candidati da inserire con calma nei periodi tranquilli.
Chiudo tornando ai due protagonisti dell’inizio. Ginevra sta cercando esattamente uno come Alberto: un titolare con un locale vero, un contratto chiaro da offrire e voglia di far crescere qualcuno. Alberto sta cercando esattamente una come Ginevra: sveglia, motivata, con un paio di stagioni alle spalle. Se due così non si incontrano, la spiegazione va cercata nel processo che li separa: l’annuncio, il canale, la risposta, il colloquio. E adesso sapete come costruirlo, pezzo per pezzo.
Domande frequenti
Dove si trova personale per un ristorante? I canali con il miglior rapporto tra sforzo e qualità nel 2026 sono le piattaforme specializzate nel settore (che pre-selezionano i candidati al posto vostro), la pagina Instagram del locale usata come vetrina del team e il passaparola coltivato del vostro stesso staff. Cartelli, gruppi Facebook e annunci generalisti portano volume senza filtro: tante candidature, poche in linea.
Cosa deve contenere un annuncio di lavoro nella ristorazione? Il ruolo e le competenze richieste, il tipo di contratto e la sua durata, i turni da coprire e i giorni di riposo garantiti, la retribuzione (obbligatoria per legge dal 7 giugno 2026, espressa in valori lordi) e almeno una frase autentica sul locale e sull’ambiente di lavoro. Un annuncio completo scoraggia i curiosi e attira le persone giuste.
Perché il mio annuncio non riceve candidature valide? Nella maggior parte dei casi mancano le informazioni che i candidati usano per decidere: stipendio, contratto, orari. Un annuncio generico attira candidature generiche. Le altre cause frequenti sono il canale sbagliato per il profilo cercato e una reputazione online (recensioni, social) che racconta una storia diversa da quella dell’annuncio.
Quanto tempo serve per trovare un cameriere o un cuoco? Dipende dal ruolo: secondo l’Osservatorio Restworld un annuncio per cameriere riceve in media 82 candidature, uno per cuoco capo partita 34, perché in cucina i profili qualificati scarseggiano. Con una ricerca ben impostata su una piattaforma specializzata i primi candidati pre-selezionati arrivano in 3 giorni; per i ruoli di cucina più ricercati conviene partire con largo anticipo.
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L'autore
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Luca Lotterio
CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù
A 15 anni facevo le consegne in motorino, quando ancora non c'erano le app. Avevi lo stradario sotto la sella e le vie te le imparavi una per una. Poi è arrivata la sala. Ho lavorato come cameriere in Italia e all'estero: Edimburgo, l'alta Valle Maira tra le Alpi al confine con la Francia, il litorale di Latina, e Torino tra bar, ristoranti e catering. Nel frattempo studiavo psicologia del lavoro. Avevo capito che mi interessava studiare il lavoro, non solo farlo. Negli stessi anni ho viaggiato parecchio. Erasmus in Spagna e in Romania, periodi all'estero un po' ovunque in Europa. Cercavo di guardare quello che avevo intorno con occhi nuovi, di mettermi in discussione ogni volta. Viviamo pieni di bias, di pregiudizi, di stereotipi: sono il modo in cui la testa fa economia per arrivare a sera. Il lavoro è smontarli uno alla volta, pian piano, dove si riesce. Quello che vedevo in sala mi convinceva di una cosa: questo settore meritava di più. Meritavano di più le persone che ci lavoravano dentro. Strumenti più seri, condizioni più chiare, un rapporto meno disequilibrato con chi le assumeva. Restworld è nata da lì, nel 2020. Oggi è la piattaforma di ricerca e selezione del personale per il fuori casa italiano: la usano più di 1.000 ristoranti, hotel e gruppi della ristorazione, e ci sono registrati oltre 200.000 lavoratori del settore. Aiutiamo le aziende ad assumere e a far crescere le proprie squadre. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, lavoriamo sulla retention. L'AI sta dietro le quinte: fa il lavoro che altrimenti toglierebbe tempo al rapporto tra chi assume e chi viene assunto. Nel 2026 ho scritto Oltre il Menù con Matteo Telaro (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià). È un manuale di HR per la ristorazione.
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