Analisi

Private equity in ristorazione: chi finanzia la corsa delle catene

Fila di vetrine identiche dello stesso format di ristorazione, immagine sul private equity e le catene

Hai presente quel format di poke che due anni fa aveva un locale e oggi ne ha dieci? O quella catena di hamburger che apre a Milano, Torino e Bologna nello stesso semestre? Chi lavora nel settore la domanda se la fa eccome: i soldi da dove arrivano? Gli incassi di un ristorante, anche quando gira tutto bene, spesso non bastano a finanziare aperture a quel ritmo.

La risposta, sempre più spesso, è il capitale privato: fondi di private equity, holding di famiglie imprenditoriali, club deal. La forma più nota, e quella su cui ci concentriamo qui, è appunto il private equity. Il 14 luglio 2026, a Milano, FIPE-Confcommercio (la federazione dei pubblici esercizi) e AIFI (l'associazione italiana del private equity) hanno presentato uno studio congiunto sul fenomeno, all'evento «Private Equity & Ristorazione». Abbiamo studiato i materiali, li abbiamo incrociati con i casi reali usciti sulla stampa, e in questo articolo raccontiamo cosa dicono i numeri. In italiano semplice, partendo da zero, perché dietro le sigle ci sono meccanismi che cambiano il posto dove lavori e che quasi nessuno spiega davvero.

Cos'è il private equity, spiegato dal pass

Partiamo dall'osso. Un fondo di private equity raccoglie soldi da grandi investitori e li usa per comprare quote di aziende non quotate in Borsa, con l'obiettivo di farle crescere per qualche anno e poi rivenderle a un prezzo più alto. La differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto è il guadagno, che torna a chi ha messo i capitali.

Chi mette i soldi sono gli investitori, in gergo Limited Partners: casse di previdenza, compagnie di assicurazione, fondazioni bancarie, famiglie con grandi patrimoni. Cercano rendimento e diversificazione, e in cambio accettano di immobilizzare il denaro per diversi anni. Chi decide come investirli è la società di private equity, il gestore, che sceglie le aziende, le segue e decide quando venderle. Per il suo lavoro trattiene di norma una commissione di gestione e, se raggiunge i risultati previsti, una quota dei guadagni finali (in gergo carried interest). La formula più citata è il «2 e 20», il 2% di commissione e il 20% dei guadagni, ma è una convenzione diffusa, non una regola valida per tutti i fondi.

C'è un passaggio tecnico che conviene conoscere, perché spiega perché a volte le cose si mettono male. Molto spesso il fondo non compra l'azienda solo con soldi propri. Ne mette una parte e finanzia il resto con debito, a volte una quota rilevante del prezzo. E qui sta il punto: quel debito, di regola, viene poi caricato sull'azienda comprata, non sul fondo. Si chiama leveraged buy-out, acquisizione con la leva del debito. Se l'azienda va bene, i suoi flussi di cassa ripagano le rate e la leva moltiplica il rendimento per il fondo. Se l'azienda va male, quel debito resta lì e amplifica le perdite: la leva aumenta sia il rendimento potenziale sia il rischio.

Quanto tiene un fondo un'azienda prima di rivenderla? Dipende, in genere tra i quattro e i sette anni. Nella ristorazione italiana, secondo la mappatura AIFI-PEM, la media è di quattro anni e dieci mesi. Poi arriva l'uscita, in gergo exit: il fondo vende a un altro fondo, a un gruppo industriale del settore, oppure porta l'azienda in Borsa. Tenere a mente questo orizzonte aiuta a leggere le promesse che ti fanno oggi: il proprietario di adesso, quasi per definizione, non è per sempre.

Non tutte le operazioni sono uguali

«Un fondo è entrato nell'azienda» può voler dire cose molto diverse. La mappatura AIFI distingue le operazioni per tipo, e le proporzioni raccontano cosa succede davvero nella ristorazione italiana.

La maggioranza, il 59%, sono buy-out: il fondo compra la maggioranza dell'azienda e ne prende il controllo. Un altro 21% sono operazioni di expansion, in cui il capitale serve soprattutto a finanziare la crescita, con una partecipazione che può essere di minoranza o di maggioranza a seconda dell'accordo. Il 15% sono early stage, investimenti in realtà giovani ancora da far decollare. Il resto sono operazioni di sostituzione di soci (replacement, 3%) e di rilancio di aziende in crisi (2%), quest'ultimo molto più raro di quanto l'immaginario collettivo suggerisca.

C'è poi una parola che vale la pena imparare, perché è il vero motore della corsa delle catene: add-on. Significa che un fondo compra prima un'azienda solida e ben organizzata (in gergo la piattaforma), e poi usa la sua forza per comprare altri piccoli locali o micro-catene e integrarli in quella base. In questo modo il gruppo cresce per acquisizioni oltre che per aperture, e cerca sinergie mettendo insieme fornitori, cucine centrali e logistica, anche se i risparmi dipendono da quanto bene riesce l'integrazione. Nel campione italiano il 16% delle operazioni sono add-on di questo tipo, spesso realizzati dentro un'operazione di buy-out più che come categoria a sé.

Come un locale diventa catena

Ed eccoci al cuore della questione, il passaggio che spiega la differenza di velocità che vedi camminando in centro. La ristorazione italiana è fatta di locali spesso eccellenti ma legati a una persona sola, il titolare che sta in cucina, tiene la cassa, ordina il vino e conosce i clienti per nome. È una forza e insieme un limite: quando quella persona non può moltiplicarsi, il locale fa fatica a diventare due, poi cinque, poi venti.

Quando entra un fondo, la prima cosa che cambia non sono le insegne, è la testa dell'azienda. Si chiama managerializzazione: arrivano figure dedicate (un direttore generale, un responsabile finanziario, responsabili di area), procedure scritte, sistemi per leggere i numeri di ogni locale ogni settimana. Si passa da una gestione fatta a fiuto a una gestione fatta per processi. Sembra un dettaglio da organigramma, e invece è la condizione perché il format regga la replica senza che la qualità crolli al terzo locale.

Poi parte l'espansione, che può seguire due strade diverse spesso combinate. Con l'add-on il gruppo compra altre realtà e le assorbe. Con l'apertura diretta industrializza il format, standardizza menu, arredi e fornitori, e apre locali di proprietà uno dopo l'altro. Attenzione qui a non confondere due piani: il private equity riguarda chi possiede e finanzia l'azienda, il franchising riguarda come si sviluppa la rete. Non sono alternative. Una catena con un fondo dietro può crescere sia con locali propri sia dandoli in franchising: i locali diretti danno più controllo e trattengono tutto il margine del punto vendita ma richiedono più capitale, il franchising riduce il capitale per ogni apertura in cambio di margini condivisi e di un controllo meno stretto.

Il caso che spiega tutto questo meglio di ogni schema è La Piadineria. Il fondo Permira ne prende il controllo tra la fine del 2017 e l'inizio del 2018, rilevandola da un altro fondo (DeA Capital). All'epoca è una catena già avviata ma di media grandezza. Nei sei anni successivi Permira spinge sulle aperture dirette, introduce strumenti digitali e una gestione strutturata, e lavora sulla forza del marchio. Nel gennaio 2024 annuncia l'accordo per cederla a un altro fondo, la britannica CVC Capital Partners. Secondo il comunicato, durante la gestione Permira ricavi ed EBITDA sono triplicati, i locali diretti sono passati da circa 160 a oltre 400 e i dipendenti da circa 1.000 a oltre 2.500. La stampa ha stimato l'operazione intorno ai 600 milioni di euro, cifra non comunicata ufficialmente dalle parti. Da catena media a leader del suo segmento, in sei anni, con i capitali di un fondo dietro.

Quanto vale un ristorante per un fondo

Domanda scomoda ma centrale: quando un fondo compra un locale o una catena, come decide quanto pagarla? Non guarda il fatturato, guarda la cassa che l'azienda riesce a produrre. Vale la pena capire tre sigle, perché sono la lingua con cui si comprano e si vendono i ristoranti.

La prima è EBITDA, che possiamo tradurre come margine operativo lordo. È quello che resta dagli incassi dopo aver pagato ingredienti, personale, affitto e utenze, ma prima di interessi sui debiti, tasse e ammortamenti. Misura la redditività della gestione, e qui serve attenzione: non è la cassa che l'azienda porta davvero a casa, perché non tiene conto degli investimenti da fare, delle tasse e del debito da rimborsare.

La seconda è il multiplo EV/EBITDA, il moltiplicatore con cui si passa dall'EBITDA al valore dell'impresa. Se un'attività genera un milione di EBITDA e nel suo settore si applica un multiplo di cinque, il valore d'impresa è cinque milioni. Attenzione però: questo è il valore dell'azienda nel suo complesso, non quanto finisce in tasca ai soci, perché da lì vanno sottratti i debiti. La terza sigla misura proprio questo, il rapporto PFN/EBITDA, che confronta i debiti netti con la redditività operativa: più è alto, più l'azienda è appesantita dai debiti e rischiosa.

Quanto vale, in cifre, un'attività di ristorazione? Dipende moltissimo da crescita, dimensione, forza del marchio e struttura della rete, quindi più di un numero secco conta il ragionamento. In genere si parte da alcune volte l'EBITDA per un'azienda piccola e dipendente dal fondatore, e si sale, anche parecchio, per i marchi ambiti che i fondi si contendono all'asta. Un esempio del secondo caso: quando nel 2022 Investindustrial ha rilevato il 52% di Eataly con un investimento di 200 milioni, ha pagato un multiplo elevato. Eataly però mescola ristorazione, retail alimentare ed esperienza, quindi è un caso difficile da confrontare con la trattoria sotto casa.

I numeri del fenomeno in Italia

Fatte le presentazioni, guardiamo le dimensioni. Dal 2010 a oggi AIFI ha mappato 61 operazioni di private equity nella ristorazione italiana, distribuite su 51 società e realizzate da 44 diversi operatori. In valore assoluto restano numeri contenuti, ma la concentrazione recente è netta: quasi sei operazioni su dieci sono arrivate dopo il 2020, con il picco nel 2022. È un interesse degli ultimi anni.

Operazioni di private equity nella ristorazione italiana per anno dal 2010 al 2026: quasi sei su dieci dopo il 2020
Operazioni di private equity nella ristorazione italiana, per anno. Fonte: AIFI-PEM.

Il fenomeno ha anche una geografia molto precisa. La Lombardia raccoglie da sola 34 delle operazioni mappate, e la sola Milano pesa per il 46%, seguita a distanza da Padova e Torino. La concentrazione riflette probabilmente sia la maggiore densità di imprese strutturate sia il ruolo di Milano come principale piazza italiana per investitori e advisor, anche se i dati da soli non bastano a stabilirne la causa.

Chi sono questi operatori? In due casi su tre sono italiani, in un caso su tre stranieri. E non sono tutti fondi nel senso classico: il private equity tradizionale pesa per il 46%, ma accanto ci sono holding di famiglie imprenditoriali (39%), venture capital, club deal (gruppi di investitori che si mettono insieme per una singola operazione). Cosa comprano, di preferenza? Ristoranti di cucina italiana in testa, poi cucina internazionale, pizzerie, e una quota di segmento luxury vicina al 12%. Le aziende target sono quasi sempre di taglia medio-piccola: l'88% ha meno di 50 milioni di fatturato quando il fondo entra, e il 91% ha meno di 250 dipendenti. Realtà solide ma con spazio davanti, non giganti già formati.

Chi cercano i fondi, e perché proprio la ristorazione

Che tipo di azienda fa gola a un fondo? La survey che AIFI ha condotto su 21 advisor M&A (i professionisti che seguono le compravendite di aziende) lo dice senza giri di parole. Al primo posto le mini-catene da 10 a 20 punti vendita, indicate da quasi un advisor su due: abbastanza grandi da aver dimostrato che il format regge la replica, abbastanza piccole da avere ancora tanta strada davanti. Al secondo posto i format veloci, i quick service restaurant, indicati dal 41%. Poi le imprese familiari con un locale bandiera forte.

Cosa guardano prima di firmare? La forza del marchio prima di tutto (32%), poi la capacità del modello di crescere senza rompersi (27%) e la marginalità (20%). Due advisor su tre cercano aziende con margini tra il 10 e il 15%. Tradotto: vogliono format riconoscibili, replicabili e già redditizi.

E perché proprio la ristorazione, un settore per anni snobbato dalla finanza perché artigianale e frammentato? Perché la domanda tira e il mercato è molto frammentato, quindi c'è ampio spazio per consolidare. Nel 2025 le famiglie italiane hanno speso circa 100 miliardi di euro mangiando fuori casa, e dal 1995 a oggi la spesa in ristorazione è cresciuta di circa il 30% in termini reali, mentre quella per gli alimentari consumati in casa è rimasta praticamente ferma. I capitali si muovono dove la domanda cresce, ed è cresciuta qui.

Due velocità: chi corre coi fondi e chi coi soldi propri

Qui sta il contrasto che spiega perché in centro vedi un format aprire cinque locali mentre la trattoria all'angolo ne ristruttura a fatica uno. Il ristorante indipendente italiano si finanzia quasi sempre da solo: secondo i dati FIPE, l'autofinanziamento copre il 61,6% delle fonti di finanziamento del settore, più della media dell'economia. In pratica cresce coi margini che restano in cassa, un mattone alla volta. E il credito bancario, negli ultimi anni, si è ristretto: tra il 2016 e il 2026 i finanziamenti alle imprese con meno di 20 addetti sono calati di 42 miliardi di euro.

Dall'altra parte, i format che hanno accesso ai capitali di un fondo possono aprire dieci locali mentre l'indipendente ne apre uno. Due motori diversi, due velocità diverse. Vale la pena però tenere le proporzioni: su oltre 450.000 locali di ristorazione in Italia (dai bar ai ristoranti, dalle pizzerie alle gelaterie), quelli organizzati in catena sono circa 12.500. Il cuore del settore resta indipendente. Ed è proprio per questo che il tema riguarda tutti: quando i capitali si concentrano su una fetta piccola e velocissima del mercato, cambia il contesto competitivo anche per chi il fondo non lo vedrà mai.

C'è un altro segnale, silenzioso ma netto, che dice quanto il settore si stia strutturando. Tra il 2015 e il 2025 la quota di imprese della ristorazione costituite come società di capitale è passata dal 13,8% al 29,1%, e il loro numero è più che raddoppiato, da 44.865 a 94.527. Più imprese, cioè, adottano una forma societaria compatibile con una governance strutturata e con l'ingresso di capitali esterni. È il terreno su cui i capitali esterni possono attecchire.

Cosa cambia per chi ci lavora

È la domanda che ci interessa di più, e i dati danno una risposta meno scontata di quel che l'istinto suggerisce. Confrontando le aziende al momento in cui il fondo entra e al momento in cui esce, in valori mediani, i punti vendita passano da 10 a 15 (+50%), i dipendenti da 80 a 122 (+53%), l'EBITDA cresce del 73%. Dove entra un fondo, nelle operazioni osservate, di solito si assume. Con una cautela onesta: sono aziende già selezionate perché promettenti, quindi il confronto prima-dopo racconta cosa è successo, non dimostra che il merito sia solo del fondo.

Crescita mediana tra ingresso e uscita del fondo: EBITDA +73%, dipendenti +53%, punti vendita +50%
Crescita mediana tra l'ingresso e l'uscita del fondo. Fonte: AIFI-PEM su dati AIDA.

Arrivano anche più struttura e più processi: ruoli scritti, procedure, percorsi di carriera più leggibili. È esattamente il valore che i fondi dichiarano di portare, tanto che il 40% degli advisor indica la managerializzazione come primo contributo del private equity al settore. Il rovescio della medaglia c'è: più standardizzazione, più pressione sui numeri, e il rischio che il lavoro diventi più impersonale, più simile a una postazione di una filiera che a un mestiere di bottega. La stessa survey lo riconosce, avvertendo che l'efficienza non deve svuotare il valore dell'interazione umana.

E qui c'è il dato che chi sta in sala e in cucina dovrebbe conoscere a memoria, perché ribalta la prospettiva. Alla domanda «qual è il principale fattore di rischio di questi investimenti?», gli advisor non hanno risposto i margini, né la concorrenza. Al primo posto, con il 33%, c'è la gestione del capitale umano: trovare le persone, formarle, tenerle. Chi mette milioni in un piano di aperture sa benissimo che senza una brigata quel piano resta su carta. Del resto, come raccontano gli stessi numeri FIPE (su dati ISTAT), nella ristorazione il costo del personale pesa per il 25,1% del fatturato, quasi il doppio della media dell'economia. Il capitale umano, qui, è la variabile che più di ogni altra decide se l'investimento rende. Per chi lavora è un valore da riconoscere: le competenze più difficili da trovare e trattenere pesano, anche se il potere negoziale concreto dipende poi dal ruolo, dal territorio e da quanto sei bravo. Come abbiamo raccontato altrove, il fatturato del locale dove lavori riguarda anche te, e la stessa logica vale al contrario.

I rischi e le critiche, detti con onestà

Sarebbe disonesto raccontare solo la faccia della crescita. Il modello ha rischi reali, e conoscerli serve a tutti, a chi lavora come a chi gestisce.

Il primo è lo snaturamento dell'identità. Per rendere un format replicabile come una catena, si standardizzano menu, arredi e procedure, e nel farlo si rischia di perdere l'anima artigianale che rendeva quel posto speciale. La visione di chi ha creato il locale può scontrarsi con la razionalità finanziaria di chi lo ha comprato per rivenderlo. Non sempre finisce bene per il carattere del marchio.

Il secondo è la pressione sui costi. Un fondo ha un orizzonte di pochi anni e cerca risultati in fretta, e questo può tradursi in razionalizzazioni: chiusura dei locali meno redditizi, taglio delle attività non profittevoli, revisione degli organici dove i numeri non tornano. La stessa forza che porta assunzioni nella fase di crescita può portare tagli quando la priorità diventa preparare la vendita.

Il terzo è il peso del debito, quello del leveraged buy-out di cui parlavamo all'inizio. Se l'azienda viene caricata di prestiti per finanziare l'acquisto e poi gli incassi calano, per una crisi, un cambiamento dei gusti, un errore di format, quel debito da strumento diventa zavorra. Nei casi peggiori frena lo sviluppo o mette a rischio la sopravvivenza dell'azienda. È il motivo per cui il rapporto tra debito e redditività (quel PFN/EBITDA) è uno degli indicatori che un fondo serio tiene sempre d'occhio.

Le sfide sul tavolo e dove sta andando il settore

I materiali FIPE mettono in fila le sfide, diverse per ogni pezzo del settore. Per la ristorazione tradizionale il nodo è superare il modello dell'imprenditore che fa tutto da solo, far crescere competenze manageriali, e gestire un passaggio generazionale reso fragile dalla demografia. Non a caso il 70% degli advisor vede proprio nel ricambio generazionale un'occasione: dove una famiglia non ha eredi pronti a raccogliere il testimone, un capitale esterno può essere l'alternativa alla chiusura. Per le catene la sfida è opposta: difendere autenticità e flessibilità dentro un modello che vive di standardizzazione, e reagire in fretta quando un prodotto esce dalle tendenze.

Per tutti, la direzione dei prossimi anni indicata dagli advisor è la stessa: ancora consolidamento e aggregazioni, un'offerta sempre più divisa tra fascia alta e catene specializzate, la tecnologia usata per prevedere la domanda, e l'efficienza operativa come ossessione. Il movimento che abbiamo descritto, insomma, è appena cominciato.

Il nostro punto di vista

Restworld sta dentro questo movimento tutti i giorni, perché lavoriamo sia con locali indipendenti sia con catene in espansione. E il collo di bottiglia che vediamo è esattamente quello che gli advisor hanno messo in cima ai rischi. I capitali si trovano, i muri e le cucine si trovano, le persone giuste sono la parte difficile. Il piano industriale di chi investe milioni dipende, all'atto pratico, da chi sta al pass e in sala.

Per chi lavora, questo è un potere che vale la pena riconoscere: la propria competenza è l'asset su cui si regge tutto il resto. Per chi gestisce, indipendente o catena, la lezione è la stessa che raccontiamo con i dati del nostro Osservatorio sugli stipendi: la capacità di attrarre e tenere le persone è diventata una voce di bilancio prima ancora che una questione di clima interno. I soldi, in questo settore, seguono le persone. Non il contrario.

Domande frequenti

Cos'è il private equity in parole semplici? È un investimento fatto da fondi specializzati che comprano quote di aziende non quotate in Borsa, le fanno crescere per alcuni anni e poi le rivendono a un prezzo più alto. I capitali arrivano da grandi investitori come casse di previdenza, assicurazioni e famiglie imprenditoriali.

Quante operazioni di private equity ci sono state nella ristorazione italiana? Secondo la mappatura AIFI-PEM presentata a luglio 2026, dal 2010 ne sono state realizzate 61, su 51 società. Circa sei su dieci sono avvenute dopo il 2020.

Cosa succede ai dipendenti quando un fondo compra un ristorante o una catena? Nel campione delle operazioni mappate l'occupazione cresce, da 80 a 122 dipendenti tra l'ingresso e l'uscita del fondo. Aumentano anche i punti vendita e la struttura, con più processi e ruoli definiti. Non è però un risultato garantito per ogni singola operazione, e il rovescio possibile è più standardizzazione e più pressione sui risultati.

Perché le catene aprono locali così velocemente? Perché possono contare su capitali esterni, mentre nel settore l'autofinanziamento copre il 61,6% delle fonti di finanziamento, più della media dell'economia: il locale indipendente cresce soprattutto con i margini che restano in cassa. Con un fondo alle spalle, un format apre a un ritmo che l'autofinanziamento non permette.

Il private equity è un bene o un male per la ristorazione? I dati mostrano effetti misti: più occupazione, più managerializzazione e più crescita da un lato, più standardizzazione, pressione sui risultati e peso del debito dall'altro. La stessa survey AIFI indica nella gestione delle persone il principale fattore di rischio, il che dice quanto il fattore umano resti decisivo.

Come faccio a sapere se il locale dove lavoro ha un fondo dietro? Il modo sicuro è ricostruire la proprietà: visura camerale, assetto dei soci, comunicati sulle operazioni, sito del gruppo. I fondi spesso investono tramite società veicolo, quindi il loro nome può non comparire come socio diretto. La velocità con cui una catena apre è un indizio, non una prova.

Fonti principali: studio «Private Equity & Ristorazione, stato dell'arte e prospettive future», AIFI-PEM e FIPE-Confcommercio (Ufficio Studi, Daniele Ferretti), Milano, 14 luglio 2026; survey AIFI su 21 advisor M&A, 2026; elaborazioni FIPE su dati ISTAT, Banca d'Italia, Unioncamere e Tradelab. Casi aziendali: comunicati e stampa su La Piadineria (Permira, CVC, gennaio 2024) ed Eataly (Investindustrial, settembre 2022); le valutazioni economiche non comunicate ufficialmente dalle parti sono indicate come stime di stampa.

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L'autore

Luca Lotterio

Luca Lotterio

CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù

A 15 anni facevo le consegne in motorino, quando ancora non c'erano le app. Avevi lo stradario sotto la sella e le vie te le imparavi una per una. Poi è arrivata la sala. Ho lavorato come cameriere in Italia e all'estero: Edimburgo, l'alta Valle Maira tra le Alpi al confine con la Francia, il litorale di Latina, e Torino tra bar, ristoranti e catering. Nel frattempo studiavo psicologia del lavoro. Avevo capito che mi interessava studiare il lavoro, non solo farlo. Negli stessi anni ho viaggiato parecchio. Erasmus in Spagna e in Romania, periodi all'estero un po' ovunque in Europa. Cercavo di guardare quello che avevo intorno con occhi nuovi, di mettermi in discussione ogni volta. Viviamo pieni di bias, di pregiudizi, di stereotipi: sono il modo in cui la testa fa economia per arrivare a sera. Il lavoro è smontarli uno alla volta, pian piano, dove si riesce. Quello che vedevo in sala mi convinceva di una cosa: questo settore meritava di più. Meritavano di più le persone che ci lavoravano dentro. Strumenti più seri, condizioni più chiare, un rapporto meno disequilibrato con chi le assumeva. Restworld è nata da lì, nel 2020. Oggi è la piattaforma di ricerca e selezione del personale per il fuori casa italiano: la usano più di 1.000 ristoranti, hotel e gruppi della ristorazione, e ci sono registrati oltre 200.000 lavoratori del settore. Aiutiamo le aziende ad assumere e a far crescere le proprie squadre. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, lavoriamo sulla retention. L'AI sta dietro le quinte: fa il lavoro che altrimenti toglierebbe tempo al rapporto tra chi assume e chi viene assunto. Nel 2026 ho scritto Oltre il Menù con Matteo Telaro (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià). È un manuale di HR per la ristorazione.

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