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Il primo giorno nel tuo ristorante decide tutto

Collage retro moderno - Onboarding primo giorno

Ginevra si presenta al bistrot con un misto di entusiasmo e ansia. Si era immaginata un team affiatato, un ambiente dinamico, un ruolo ben definito. Dopo due ore, qualcosa non torna.

La responsabile che avrebbe dovuto affiancarla le ha dato qualche indicazione generica e poi è sparita nel servizio. Nessuno le ha spiegato come si prendono le comande in quel locale, se c'è un palmare con un menu organizzato in un certo modo, quali sono i codici interni, dove si trovano le posate, come funziona il flusso tra sala e cucina.

Ginevra prova a imitare i colleghi, a improvvisare, a farsi piccola per non disturbare. Ogni sua domanda sembra un intralcio.

Il titolare, Alberto, è convinto di aver fatto tutto bene. Ha parlato con Ginevra in modo chiaro, ha avvisato il team del suo arrivo. Si è dimenticato di un dettaglio: le aspettative di Ginevra. Quelle che si era costruita durante il colloquio. Quelle che nessuno ha gestito.

Questa storia è inventata nei nomi ma reale nella dinamica. Succede ogni giorno, in migliaia di locali. E il costo è enorme.

Un problema che quasi nessuno riconosce come tale

Secondo una ricerca della SHRM (Society for Human Resource Management), un neoassunto su cinque lascia il lavoro entro i primi 45 giorni.

Il Brandon Hall Group ha misurato che le organizzazioni con un processo di inserimento strutturato hanno il 50% di retention in più rispetto a quelle che improvvisano.

Nel nostro settore questi numeri sono probabilmente peggiori, anche se nessuno li misura con precisione. Il turnover nella ristorazione italiana è tra i più alti dell'economia, e una fetta rilevante di quel turnover si gioca nelle prime settimane.

Il momento in cui la persona decide, spesso senza dirlo a nessuno, se restare o andarsene alla prima occasione.

La cosa più frustrante? Il ristoratore non lo sa. Pensa che il problema sia "la gente che non ha voglia di lavorare". In realtà, nella maggior parte dei casi, il problema è che nessuno si è preso la briga di accogliere quella persona come si deve.

Cosa succede quando il primo giorno va male

Proviamo a vedere il primo giorno con gli occhi di chi arriva.

Entri in un posto nuovo. Conosci solo la persona che ti ha fatto il colloquio, e forse nemmeno quella sarà presente. Non sai come sono organizzate le comande, quali sono le regole della sala, come si gestisce il rapporto con la cucina, chi è il tuo riferimento quando hai un dubbio.

Nessuno ti ha mandato nulla prima: né un messaggio di benvenuto, né un documento con le informazioni di base.

Il turno inizia e sei in mezzo a una brigata che ha i propri ritmi, i propri codici, il proprio linguaggio. Tutti sanno cosa fare tranne te. Ti senti un peso. Cerchi di renderti utile ma non sai come.

Un cliente ti fa una domanda sul menu e ti inventi una risposta plausibile, perché non hai avuto modo di studiarlo. A fine turno nessuno ti chiede come è andata. Torni a casa con la sensazione di aver sbagliato tutto.

Il giorno dopo, e quello dopo ancora, la sensazione non cambia molto.

Dopo due settimane hai già deciso: alla prima alternativa, te ne vai.

Perché il ristoratore non lo vede

C'è un motivo per cui questo problema resta invisibile: il ristoratore lavora dentro il servizio.

Non ha il punto di vista del nuovo arrivato perché per lui quel locale è casa: conosce ogni angolo, ogni procedura, ogni persona. Dà per scontate cose che per chi arriva sono completamente opache.

E c'è un ragionamento che sento spesso: "Se sa lavorare, dovrebbe saperlo fare."

No. Ogni locale ha i propri codici, i propri "how to", le proprie regole non scritte. Un cameriere con dieci anni di esperienza che entra nel vostro ristorante non sa come organizzate voi le comande, come comunicate voi con la cucina, quali sono le vostre priorità durante il servizio. L'esperienza gli dà le basi, ma il contesto è vostro e gliel'avete spiegato.

L'altro problema è che il ristoratore spesso non fa check. Non chiede "come sta andando?", non domanda "come posso aiutarti a fare meglio?". E dall'altra parte, la persona nuova non dice niente per paura di sentirsi giudicata. Di sembrare inadeguata. Di confermare il sospetto che "forse non è tagliata per questo posto".

Il risultato è un silenzio che dura qualche settimana, e poi una lettera di dimissioni.

In Restworld analizziamo oltre 25.000 richieste di lavoro al mese e seguiamo più di 1.000 ristoranti in modo continuativo. Quello che vediamo, con una rete di oltre 200.000 professionisti, è che la maggior parte dei turnover nei primi 60 giorni si gioca qui. Sull'inserimento. Sulle aspettative non gestite. Sul silenzio tra chi arriva e chi dovrebbe accogliere.

Il costo di questo errore si vede in bilancio. Ogni volta che un collaboratore se ne va e bisogna ricominciare da capo, il locale paga: tempo per la selezione, colloqui, formazione buttata, sovraccarico del team che deve coprire il buco, qualità del servizio che cala.

In un settore dove la difficoltà di reperimento è al 50% (FIPE 2026) e trovare un cuoco richiede in media 4-5 mesi, perdere qualcuno dopo due settimane per un inserimento mal gestito è un lusso che nessuno può permettersi.

Onboarding: cos'è e perché dovreste usare questa parola

Il termine "onboarding" viene dall'inglese e significa letteralmente "salire a bordo". In ambito aziendale indica tutto il processo di inserimento di una nuova persona all'interno di un'organizzazione: dall'accoglienza alla formazione, fino al momento in cui quella persona è autonoma nel ruolo e si sente parte del team.

In Italia non abbiamo un equivalente altrettanto efficace. "Inserimento" è il termine più vicino, ma è generico. "Periodo di prova" è un concetto giuridico, non organizzativo. "Formazione iniziale" copre solo una parte del processo.

Onboarding è la parola giusta perché racchiude tutto: il prima (preparare il terreno), il durante (accompagnare i primi giorni), e il dopo (verificare che l'inserimento funzioni nel tempo). Usatela pure con il vostro team. E soprattutto, trasformatela in un processo reale.

C'è un pregiudizio diffuso: strutturare un processo di inserimento è roba da multinazionali, da catene con l'ufficio risorse umane. Un ristorante con cinque persone non ha tempo per queste cose.

È vero il contrario. Più sei piccolo, più ogni persona conta. E più ogni persona conta, più il suo inserimento merita attenzione.

Le azioni di base non richiedono budget. Richiedono intenzione:

  • Un messaggio su WhatsApp una settimana prima dell'inizio, con un benvenuto e le informazioni pratiche: orario del primo turno, dove parcheggiare, cosa portare, chi troverà ad accoglierlo.
  • Una presentazione rapida del team prima che il servizio cominci. Anche solo cinque minuti: "Lui è Marco, è il capo partita. Lei è Sara, lavora in sala da tre anni. Oggi sei con Sara."
  • Un collega designato come riferimento per i primi giorni. Qualcuno a cui fare le domande "stupide" senza sentirsi in colpa. Nel libro lo chiamiamo tutor, ma basta anche solo dire al team: "Ginevra è nuova, Sara la segue."
  • Cinque minuti a fine turno per chiedere: "Come è andata? Cosa non ti è chiaro? Di cosa hai bisogno domani?"
  • Una griglia semplice con gli obiettivi dei primi tre giorni: giorno 1 osserva e orientati, giorno 2 affianca e prova, giorno 3 inizia a fare con supervisione.

Ognuna di queste azioni richiede pochi minuti. Nessuna richiede un software, un consulente o un budget dedicato. La differenza la fa la decisione consapevole di trattare l'arrivo di un nuovo collaboratore come un momento importante, non come un'incombenza da sbrigare tra un servizio e l'altro.

Il welcome book

C'è poi uno strumento che da solo cambia la percezione del nuovo arrivato: il welcome book.

È un documento, anche breve, che raccoglie tutto quello che una persona ha bisogno di sapere quando entra nel vostro locale. La cultura del posto, le regole di convivenza, l'organizzazione dei turni, chi fa cosa, come si gestiscono gli imprevisti, cosa ci si aspetta da ogni ruolo.

Non deve essere un manuale di venti pagine. Può essere un PDF di cinque, o anche un documento condiviso su Google Drive che aggiornate nel tempo. L'importante è che esista e che venga mandato prima del primo giorno.

Per chi arriva, riceverlo è rassicurante. Comunica una cosa precisa: qui le cose sono organizzate, ci teniamo a come lavoriamo, e ci teniamo a te.

Sentirsi parte di un progetto invece che un numero di passaggio: questo cambia tutto.

Per chi assume, scriverlo è un esercizio potentissimo: vi obbliga a mettere nero su bianco cose che date per scontate, a rendere esplicito quello che nella vostra testa è implicito. Spesso è proprio in quel processo che si scoprono le falle dell'organizzazione.

La differenza tra chi resta e chi scappa

L'onboarding comincia prima che la persona metta piede nel locale e finisce quando è davvero parte del team, autonoma nel ruolo e allineata ai valori del posto.

Possono volerci due settimane o due mesi, a seconda dell'esperienza e del contesto.

Le fasi sono sempre le stesse: preonboarding (prima dell'ingresso), primi giorni (orientamento e affiancamento), prime settimane (autonomia crescente con supervisione), primo mese (verifica e riallineamento).

Ogni fase ha azioni specifiche e domande da fare. E la cosa più importante: ogni fase prevede un momento di ascolto.

"Come stai? Cosa non ti è chiaro? Di cosa hai bisogno?"

Un locale che trattiene le persone e uno che le perde si distinguono quasi sempre su questo punto. Su come le persone vengono accolte, formate, seguite, ascoltate. Raramente sullo stipendio.

I primi giorni decidono tutto, perché è lì che si forma l'immagine del posto. Quell'immagine, una volta formata, è difficilissima da cambiare.

L'inserimento dei nuovi collaboratori è la fase in cui decidete, di fatto, quanto vi costerà quella persona nei prossimi sei mesi. Farlo bene costa qualche minuto al giorno. Farlo male costa mesi di ricerca, formazione persa e servizio in affanno.

E se Ginevra, dopo due settimane, decide di andarsene, il problema non è Ginevra.

Il problema è quel primo giorno.

The author

Luca Lotterio

Luca Lotterio

CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù

Founder e CEO di Restworld, piattaforma HR tech che connette oltre 200.000 professionisti HoReCa con ristoranti, hotel e gruppi internazionali. Restworld è nata nel 2020 da un'esperienza vissuta sul campo: per pagarmi gli studi in psicologia del lavoro facevo il cameriere. È lì che ho visto quanto questo settore fosse in ritardo su tutto e quanto meritasse strumenti migliori. Oggi aiutiamo più di 1.000 aziende a selezionare e gestire i propri talenti ogni giorno. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, miglioriamo la retention. Sempre con l'AI al servizio delle persone, non al posto loro. Il nostro obiettivo non è sostituire il lavoro umano. È potenziarlo. Renderlo più chiaro, più dignitoso, più efficace. Nel 2026 ho pubblicato "Oltre il Menù" (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià), un manuale di HR Management per la ristorazione scritto con Matteo Telaro.

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