La tredicesima non esiste e l'assurdità del decreto 1° maggio
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Quanti di voi pensano che la tredicesima sia un "extra" che il datore di lavoro vi regala a Natale?
Faccio un passo indietro, perché qui c'è un equivoco che riguarda milioni di persone. La tredicesima e la quattordicesima non aggiungono un solo euro al vostro stipendio. Sono lo stesso stipendio annuo, spalmato su più rate.
Se la vostra RAL è 24.000 euro, su 12 mensilità prendete 2.000 euro lordi al mese. Su 14, ne prendete 1.714. A fine anno il totale è identico.
La Federazione Sanitari Pensionati lo dice in modo cristallino: la tredicesima "non è una regalia, ma semplicemente una conseguenza di calcolo".
Eppure, ancora oggi, la percezione diffusa è quella del "mese in più". E questa percezione ha conseguenze reali.
1937: quando trattenere lo stipendio aveva senso
La storia va raccontata bene, perché qui è facile fraintendere.
Prima del 1937, alcuni datori di lavoro erogavano volontariamente una somma extra ai dipendenti in occasione del Natale. Quello sì era un regalo, un gesto discrezionale, soldi in più rispetto alla retribuzione pattuita. Con il CCNL degli impiegati dell'industria del 1937, questo gesto è diventato un obbligo. Ma nel momento in cui diventa obbligo, cambia natura: la retribuzione viene calcolata su base annua e poi divisa in 13 parti. La tredicesima non si aggiunge allo stipendio. È lo stipendio, frazionato diversamente.
Nel 1946 l'Accordo Interconfederale per l'industria ha esteso l'obbligo anche agli operai. Nel 1960 il DPR 1070 ha reso quell'accordo efficace erga omnes per il settore industriale. Da lì in avanti, tutti i CCNL hanno recepito la tredicesima nei propri contratti, fino a renderla di fatto universale.
Per decenni ha avuto senso. In un'Italia dove lo stipendio si ritirava in contanti, dove non esistevano conti correnti per tutti, dove la capacità di risparmio era limitata anche dagli strumenti disponibili, la tredicesima funzionava come una forma di risparmio forzato. Ti mettevi da parte i soldi senza saperlo, e a dicembre li ritrovavi.
Ma sono passati quasi novant'anni. Oggi esistono app di banking con risparmio automatico, conti digitali con accantonamenti programmati, strumenti che ti permettono di mettere da parte quello che vuoi, quando vuoi, decidendo in autonomia.
Il sistema retributivo italiano, però, resta costruito sull'idea che le persone abbiano bisogno di qualcuno che gestisca i soldi al posto loro.
Il danno concreto, nel nostro settore
Nel nostro settore gli annunci parlano di netto mensile, perché è l'unico numero che chi cerca lavoro capisce immediatamente.
La RAL, il reddito annuo lordo, sarebbe il metro di confronto corretto. Ma la RAL è un concetto che circola tra chi lavora in ufficio, tra chi ha un contratto negoziato con un responsabile HR. Un cuoco di 25 anni che valuta un'offerta vuole sapere una cosa sola: quanto mi arriva sul conto ogni mese?
E se quel numero è "basso" perché due mensilità vengono trattenute e restituite a dicembre e giugno, il danno è fatto. L'annuncio perde, il candidato va altrove, e nessuno ha capito che lo stipendio annuale era lo stesso.
In un mercato dove la difficoltà di reperimento è al 50% (dato FIPE 2026), ogni dettaglio che ci rende meno comprensibili è un problema.
Dall'altra parte del tavolo, il ristoratore si ritrova a dover accantonare ogni mese quote per due botte concentrate, a giugno e a dicembre, proprio nei mesi di massima operatività.
Sì, la RAL si può già spalmare su 12 mensilità con un accordo tra le parti. Ma il CCNL Turismo prevede le 14 come impostazione standard. La stragrande maggioranza dei consulenti del lavoro imposta le buste paga così. È la normalità. E le impostazioni di partenza contano, perché quasi nessuno le cambia.
Poi arrivano i bonus
In queste settimane il governo sta preparando il decreto del Primo Maggio. Un miliardo di euro, trasversale a tutti i settori, per combattere il lavoro povero.
L'intenzione è giusta. Il metodo, secondo me, è sbagliato.
Vi faccio un esempio concreto. Uno dei pilastri delle politiche occupazionali è il Bonus Giovani Under 35: esonero contributivo per chi assume a tempo indeterminato un lavoratore sotto i 35 anni che non abbia mai avuto un contratto a tempo indeterminato in vita sua. Sulla carta, fantastico. Nella pratica, ecco cosa deve fare un ristoratore per usarlo.
Verificare che il candidato non abbia mai avuto un contratto a tempo indeterminato nella sua intera vita lavorativa. Come? Fidandosi della sua dichiarazione, perché il ristoratore non ha accesso alle banche dati INPS.
Poi accedere al Portale delle Agevolazioni INPS, sezione "Incentivi Decreto Coesione, Articolo 22, Giovani". Compilare l'istanza online.
Attendere che l'INPS verifichi la disponibilità dei fondi. Se le risorse si esauriscono, la domanda viene respinta.
Se approvato, applicare lo sgravio in UniEmens tramite conguaglio nelle denunce contributive mensili. Il tutto garantendo il DURC regolare per tutta la durata del beneficio e dimostrando un incremento occupazionale netto rispetto alla media dei 12 mesi precedenti.
Se hai licenziato qualcuno con la stessa qualifica negli ultimi 6 mesi, niente bonus. Se sbagli qualcosa, revoca totale con restituzione delle somme.
Il ristoratore medio ha 1-5 addetti e lavora 50 ore a settimana (dati FIPE 2026: otto titolari su dieci superano le 40 ore, uno su due supera le 60). Provate a immaginare questa persona che si siede al computer dopo il servizio per navigare il Portale delle Agevolazioni INPS.
Chi riesce a usare questi strumenti sono le catene, i gruppi strutturati, le aziende con consulenti dedicati. Gli strumenti pensati per aiutare chi è più fragile finiscono per avvantaggiare chi è già forte.
E c'è un problema ancora più di fondo: sono bonus temporanei. Un esonero che dura 24 mesi e poi sparisce non cambia i comportamenti delle imprese. Un ristoratore non assume una persona in più perché c'è un bonus: assume perché ha bisogno di quella persona e può permettersi di pagarla stabilmente.
Il 46% che non torna indietro
Il cuneo fiscale italiano è al 46%. La media OCSE è 34,8%.
Significa che per ogni 100 euro che un ristoratore spende per un collaboratore, in tasca al collaboratore ne arrivano poco più di 50. Il resto va allo Stato.
Ora, se quel 46% tornasse indietro in servizi che funzionano, la discussione sarebbe diversa. Ma torniamo alla realtà.
La sanità pubblica ha subìto decenni di tagli e le liste d'attesa costringono milioni di persone a pagare di tasca propria. L'istruzione è sottofinanziata. E le pensioni? Per chi ha meno di 40 anni e lavora nella ristorazione, con carriere frammentate, contratti stagionali e contributi discontinui, la pensione è un concetto astratto. Chi entra oggi nel mercato del lavoro, se le cose non cambiano, andrà in pensione con un assegno che non basterà a vivere. Se ci andrà.
Lo Stato si prende quasi metà della torta. Ma quello che restituisce in cambio è sempre meno. E nel frattempo chiede alle imprese di navigare un sistema di bonus, sgravi e piattaforme che aggiunge complessità senza risolvere il problema di fondo.
Le aziende sono schiacciate tra il costo del lavoro e la necessità di pagare di più per trovare persone. I lavoratori sono schiacciati tra stipendi mensili che sembrano bassi e un costo della vita che sale.
A continuare così il sistema collassa. Servono interventi strutturali, non tamponamenti.
Tre cose che servirebbero per davvero
La prima: cambiare le regole di base.
Le 12 mensilità dovrebbero essere la norma, non l'eccezione. Chi vuole le 14 può continuare a sceglierle, ma l'impostazione di partenza dovrebbe essere quella più semplice, più trasparente, più comprensibile per tutti.
Il mondo del lavoro del 2026 è completamente diverso da quello di decenni fa. Le professioni sono cambiate, le aspettative sono cambiate, gli strumenti sono cambiati. Pensare di reggere un mercato del lavoro moderno con logiche ancorate al secolo scorso è un rischio per tutti.
Se un lavoratore deve fare lo slalom tra tredicesima, quattordicesima, TFR, welfare su piattaforma, fringe benefit con soglia variabile e bonus con requisiti a scadenza per capire quanto guadagna, il sistema ha fallito. La soluzione più potente è anche la più semplice: cambiare le regole di base. Rendere tutto più leggibile, per chi assume e per chi lavora.
La seconda: tagliare il cuneo, non aggiungere strati.
Prendete quel miliardo del decreto Primo Maggio e proiettatelo su un orizzonte di cinque anni. Cinque miliardi in cinque anni, con un obiettivo chiaro: ridurre il cuneo fiscale di almeno 5 punti percentuali. Niente bonus a scadenza. Niente soglie che cambiano ogni legge di bilancio. Un taglio permanente che fa arrivare più soldi in tasca a chi lavora e riduce il costo per chi assume.
Senza portali INPS, senza istanze telematiche, senza clausole di incremento occupazionale netto.
Un ristoratore pianifica il proprio business su anni, non su trimestri. Servono riforme del lavoro che guardino a cinque anni, con interventi strutturali e non con misure che scadono prima di essere capite.
La terza: insegnare alle persone a leggere il sistema.
L'Italia ha un livello di alfabetizzazione finanziaria tra i più bassi del mondo industrializzato: l'Edufin Index 2025 ci dà un punteggio di 56 su 100, sotto la sufficienza. Nell'indagine OCSE-PISA i nostri quindicenni si piazzano al 36° posto su 39 paesi. L'educazione finanziaria è entrata nei programmi scolastici solo nell'anno 2024/25 con sette ore l'anno.
Riformare il sistema dall'alto è la priorità. Ma nel frattempo, dare alle persone gli strumenti per capire come funziona è altrettanto importante. Un corso online gratuito con verifica SPID e un incentivo di 100 euro per chi lo completa costerebbe meno di qualsiasi bonus e aiuterebbe milioni di persone a leggere una busta paga, capire un contratto, gestire i propri risparmi.
Il sistema va cambiato. E le persone meritano di capirlo, anche mentre cambia.
Ps. La prossima volta che qualcuno vi dice "ma hai la tredicesima!", ricordategli che non vi stanno regalando niente. Vi stanno restituendo a dicembre quello che era già vostro a gennaio.
The author
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Luca Lotterio
CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù
Founder e CEO di Restworld, piattaforma HR tech che connette oltre 200.000 professionisti HoReCa con ristoranti, hotel e gruppi internazionali. Restworld è nata nel 2020 da un'esperienza vissuta sul campo: per pagarmi gli studi in psicologia del lavoro facevo il cameriere. È lì che ho visto quanto questo settore fosse in ritardo su tutto e quanto meritasse strumenti migliori. Oggi aiutiamo più di 1.000 aziende a selezionare e gestire i propri talenti ogni giorno. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, miglioriamo la retention. Sempre con l'AI al servizio delle persone, non al posto loro. Il nostro obiettivo non è sostituire il lavoro umano. È potenziarlo. Renderlo più chiaro, più dignitoso, più efficace. Nel 2026 ho pubblicato "Oltre il Menù" (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià), un manuale di HR Management per la ristorazione scritto con Matteo Telaro.
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