Opinione

Caldo in cucina: i tuoi diritti oggi, e un'idea per risolverlo davvero

Cuoco giovane in una cucina professionale si asciuga il sudore vicino ai fuochi durante il servizio estivo

In estate, davanti ai fuochi, in una cucina italiana si toccano tranquillamente i 45 gradi. Sotto agli ultimi post che abbiamo pubblicato sul tema, in migliaia ci avete raccontato di 50, 55, anche 60 gradi misurati vicino a griglie, bollitori e friggitrici. La domanda che torna è sempre la stessa: quel caldo è legale? E soprattutto, cosa puoi pretendere da chi ti fa lavorare?

Siamo andati a vedere le fonti che contano, non le opinioni: il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs 81/2008) e le indicazioni dell'INAIL sul rischio caldo. Ecco cosa dicono, in italiano semplice.

Esiste una temperatura massima per legge?

La risposta breve è no. La legge italiana non fissa un numero di gradi oltre il quale è vietato lavorare. L'Allegato IV del D.Lgs 81/2008 dice che la temperatura nei luoghi di lavoro deve essere «adeguata all'organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti». Un principio, quindi, più che un termometro con una soglia.

Questo però non lascia il datore di lavoro libero di far finta di niente. Anzi: proprio perché non c'è un numero, la legge sposta l'obbligo su qualcosa di più impegnativo, cioè valutare e ridurre il rischio.

Cosa fa un locale serio (ed è anche un obbligo)

Il caldo, in una cucina, è un rischio da agente fisico (il microclima), e la legge chiede di gestirlo. L'articolo 181 del D.Lgs 81/2008 mette in capo a chi organizza il lavoro la valutazione di questi rischi e le misure per ridurli: in pratica il caldo va messo nero su bianco nel documento di valutazione dei rischi (il DVR), insieme alle misure per abbassarlo. I locali gestiti bene lo fanno già, perché sanno che una brigata stremata dal caldo lavora peggio e si fa male.

La legge indica anche un ordine preciso: prima si cerca di eliminare o ridurre il rischio alla fonte (ventilazione, aspirazione, schermatura delle sorgenti di calore), poi si adottano misure organizzative, e solo alla fine i dispositivi di protezione individuale. Non si parte dal ventaglio in tasca.

Le misure concrete, punto per punto

L'INAIL ha pubblicato indicazioni operative per il rischio caldo. Le più importanti, che valgono anche per sala e cucina:

  • Acqua sempre disponibile: acqua da bere fresca a portata di mano, con l'invito a bere spesso nelle ore più calde.

  • Orari rimodulati: spostare le lavorazioni più gravose nei momenti meno caldi della giornata, dove l'organizzazione lo permette.

  • Acclimatamento: chi rientra da un'assenza lunga o è appena stato assunto va reintrodotto gradualmente, non buttato subito nel picco di calore.

  • Formazione: il personale va informato sui segnali del colpo di calore e su come comportarsi, in una lingua che capisce.

  • Ventilazione e aspirazione efficienti: cappe e impianti che funzionano davvero. Un tubo di aspirazione troppo stretto o intasato rende inutile tutto il resto.

Nessuna di queste è una cortesia: sono misure di prevenzione, e dove mancano è un problema da affrontare, non una fatalità.

E se in cucina non se n'è mai occupato nessuno?

Se il caldo in cucina non è mai stato affrontato, il primo passo è semplice: parlarne. Un locale serio, quando gli fai notare che si sfora ogni limite, corre ai ripari. Se invece le richieste cadono nel vuoto, i canali esistono: dentro, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e il medico competente; fuori, l'Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), che sul rischio caldo ha dato indicazioni precise ai suoi ispettori, e a cui ci si può rivolgere anche senza esporsi in prima persona. Gli altri diritti di base valgono comunque.

Ma la ristorazione non è un lavoro usurante?

È la domanda, giustamente amara, che molti di voi ci fanno. La risposta onesta: per lo Stato, oggi, no. La legge sui lavori usuranti (D.Lgs 67/2011) contiene un elenco chiuso di mansioni, e il lavoro in sala e in cucina, in quanto tale, non ne fa parte. Ci sono il lavoro notturno continuativo, la catena di montaggio, i lavori in galleria o in spazi ristretti, ma non il turno davanti ai fuochi a 50 gradi.

Dirlo apertamente serve: è il punto di partenza per chiederne il riconoscimento, una battaglia che lavoratori e ristoratori seri possono combattere dalla stessa parte. Intanto i diritti che già esistono, quelli sulla sicurezza, si possono e si devono far valere.

Ma i titolari, da soli, spesso non ce la fanno

Fin qui i diritti, quelli che valgono già oggi. Ma c'è una parte scomoda da dire ad alta voce: mettere davvero a norma una cucina costa, tra i 15 e i 30 mila euro, e i margini della ristorazione italiana oscillano tra il 3% e il 9% del fatturato. I consumi fuori casa restano ancora sotto i livelli pre-pandemia, e tanti locali si portano dietro debiti di stagioni difficili. Il titolare serio, il problema, spesso lo vede: è che da solo non riesce a coprirlo. Scaricare tutto sulle sue spalle non lo risolve, lo sposta.

Un'idea nostra: un fondo pilota per le cucine

Qui usciamo dai diritti ed entriamo in una proposta, un'idea che secondo noi ha i numeri per reggersi in piedi. In Italia le imprese della ristorazione sono oltre 320.000; portare a norma le cucine di tutte costerebbe tra 1,6 e 3,3 miliardi di euro. Troppo per partire tutti insieme, ma si può cominciare da qualcuno. Lo Stato potrebbe mettere da parte 20 milioni dedicati alla ristorazione: a un costo medio di 22.500 euro a cucina, coprirebbero circa mille locali. Abbastanza per dire qualcosa di vero, non per fare uno spot.

Come lo immaginiamo, perché non diventi l'ennesimo bonus sprecato:

  • Non a chi arriva prima: a decidere chi ne ha davvero bisogno è una misurazione tecnica oggettiva, non l'autocertificazione del titolare.

  • La voce di chi ci lavora: l'RLS, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza che esiste già per legge, firma la domanda insieme al titolare e mette per iscritto le condizioni reali della cucina.

  • Un tetto per azienda: così un gruppo con dieci locali non prosciuga il fondo, che resta per chi da solo non potrebbe permetterselo.

  • Controlli per fasi, non solo alla fine: la lezione del Superbonus, dove la Guardia di Finanza ha sequestrato 9,3 miliardi di euro di crediti fittizi sui bonus edilizi. Qui i lavori si verificano man mano.

  • La banca anticipa, non il locale: il punto debole dei bandi di oggi è che si spende prima e si viene rimborsati dopo. Qui la banca anticiperebbe i lavori passo dopo passo, e il fondo perduto ripagherebbe lei, non l'azienda.

  • Misurare, poi scalare: un anno per vedere cosa cambia davvero, temperature, infortuni, chi resta a fine stagione. Se i numeri reggono, il fondo cresce l'anno dopo; se non reggono, si corregge prima di allargarlo.

Non è una proposta di legge già scritta. È un'idea, e la mettiamo sul tavolo perché il caldo in cucina smetta di essere un problema di tutti e di nessuno.

In breve

Una temperatura massima fissa non esiste, ma esiste l'obbligo di valutare e ridurre il rischio caldo: acqua, orari, acclimatamento, ventilazione. È lo standard di un locale gestito bene, e chi ci lavora lo può chiedere, prima parlandone e poi con gli strumenti che la legge mette a disposizione. Per il pezzo più costoso, mettere le cucine a norma, proponiamo un fondo pilota pubblico: una scommessa piccola e misurabile per aiutare i locali che da soli non ce la fanno.

Domande frequenti

A che temperatura è vietato lavorare in cucina? Non c'è una temperatura oltre la quale la legge vieta di lavorare. Il D.Lgs 81/2008 impone che la temperatura sia adeguata allo sforzo fisico e obbliga il datore a valutare e ridurre il rischio caldo, senza fissare una soglia in gradi.

Il datore è obbligato a dare l'acqua? Sì. Tra le misure indicate dall'INAIL contro il rischio caldo c'è la disponibilità di acqua da bere fresca, con l'invito a idratarsi spesso nelle ore più calde.

Posso rifiutarmi di lavorare se fa troppo caldo? Non esiste un automatismo. La prima strada è parlarne con chi gestisce il locale, che ha tutto l'interesse a intervenire. Se il rischio resta ignorato, puoi rivolgerti all'RLS, al medico competente o all'Ispettorato del Lavoro, che può intervenire.

Il lavoro in cucina è considerato usurante? No. L'elenco dei lavori usuranti (D.Lgs 67/2011) non comprende, in quanto tale, il lavoro in sala e in cucina.

Esiste già un aiuto pubblico per mettere a norma le cucine? Oggi no, non uno dedicato. In questo articolo proponiamo un'idea, un fondo pilota da 20 milioni: è una nostra proposta, non una misura esistente a cui iscriversi.

Le fonti

  • D.Lgs 81/2008 (Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro): art. 181 e Allegato IV, punto 1.9.

  • INAIL, indicazioni e materiali sul rischio da stress termico e ondate di calore.

  • Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), indicazioni operative sul rischio caldo.

  • D.Lgs 67/2011, disciplina dei lavori particolarmente usuranti.

  • FIPE, Rapporto Ristorazione 2026: numero di imprese, margini di settore, consumi fuori casa.

  • Guardia di Finanza: crediti fittizi sequestrati sui bonus edilizi (Superbonus).

  • Le cifre del fondo (20 milioni, circa mille locali, 1,6-3,3 miliardi) sono stime ed elaborazioni Restworld su questi dati, non importi ufficiali.

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L'autore

Luca Lotterio

Luca Lotterio

CEO e co-founder Restworld · Autore di Oltre il Menù

A 15 anni facevo le consegne in motorino, quando ancora non c'erano le app. Avevi lo stradario sotto la sella e le vie te le imparavi una per una. Poi è arrivata la sala. Ho lavorato come cameriere in Italia e all'estero: Edimburgo, l'alta Valle Maira tra le Alpi al confine con la Francia, il litorale di Latina, e Torino tra bar, ristoranti e catering. Nel frattempo studiavo psicologia del lavoro. Avevo capito che mi interessava studiare il lavoro, non solo farlo. Negli stessi anni ho viaggiato parecchio. Erasmus in Spagna e in Romania, periodi all'estero un po' ovunque in Europa. Cercavo di guardare quello che avevo intorno con occhi nuovi, di mettermi in discussione ogni volta. Viviamo pieni di bias, di pregiudizi, di stereotipi: sono il modo in cui la testa fa economia per arrivare a sera. Il lavoro è smontarli uno alla volta, pian piano, dove si riesce. Quello che vedevo in sala mi convinceva di una cosa: questo settore meritava di più. Meritavano di più le persone che ci lavoravano dentro. Strumenti più seri, condizioni più chiare, un rapporto meno disequilibrato con chi le assumeva. Restworld è nata da lì, nel 2020. Oggi è la piattaforma di ricerca e selezione del personale per il fuori casa italiano: la usano più di 1.000 ristoranti, hotel e gruppi della ristorazione, e ci sono registrati oltre 200.000 lavoratori del settore. Aiutiamo le aziende ad assumere e a far crescere le proprie squadre. Automatizziamo la selezione, tracciamo i dati, lavoriamo sulla retention. L'AI sta dietro le quinte: fa il lavoro che altrimenti toglierebbe tempo al rapporto tra chi assume e chi viene assunto. Nel 2026 ho scritto Oltre il Menù con Matteo Telaro (Topic Edizioni, prefazione di Ferran Adrià). È un manuale di HR per la ristorazione.

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